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Mater Pia

 

- Il caffè.

- Co... cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si raffredda.

- Eh? Il caffè? Ah sì...

Marco Sallustio si guardò attorno disorientato: non capiva dove si trovava e faceva fatica a ricordare. Un bar, questo era evidente, ma come ci fosse arrivato proprio non riusciva a spiegarselo.

Iniziò a sorseggiare il caffè.

Solo allora si accorse che era macchiato.

- Scusi?

- Sì?

- Il caffè... lo volevo semplice...

- Ma se mi ha chiesto il solito...

- Il solito?

Marco non era mai stato in quel bar, ne era sicuro, e non conosceva affatto il ragazzo con cui stava parlando.

Il locale non era troppo affollato: un tale al bancone se la spassava con due ragazze mentre in fondo alla sala dei tizi stavano bevendo e giocando a biliardo. C’era anche un vecchio televisore acceso, ma nessuno prestava attenzione a quella che sembrava una trasmissione usata solo per riempire il palinsesto notturno.

- Allora, professore: quali sono i risultati della sua ricerca?

- Dopo anni di studi, siamo riusciti a comprendere solo una piccolissima parte di questa malattia e dei suoi sintomi.

- Spieghiamo allora quali sono questi sintomi agli spettatori che ci seguono da casa.

Fece ritorno a casa quando già era molto tardi. Ormai pioveva ininterrottamente da tre giorni e anche per questo si stupiva di essere uscito quella sera: non amava molto la pioggia e quando l’acqua cadeva giù a scrosci, come quella notte, preferiva starsene rintanato in casa.

Aprì mestamente il portone, si tolse l’impermeabile che gettò frettolosamente sul divano e si diresse in camera da letto.

Dormire. Sì, aveva bisogno di dormire; forse l’indomani avrebbe avuto le idee più chiare.

Un bip richiamò però la sua attenzione: qualcuno aveva lasciato un messaggio in segreteria.

- Allora non hai proprio capito un cazzo, stronzo che non sei altro. Non ti libererai mai di me, questo te lo devi mettere bene in testa. Non ci riuscirai, non te lo permetterò. Sei un falso, un bugiardo, ti nascondi dietro quella tua faccia da borghese del cazzo, ma un giorno te la strapperò quella faccia di merda e mi ci pulirò il culo! La bustina, cazzo! Dove hai messo quella cazzo di bustina?

- Il caffè.

- Co... cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si raffredda.

- Eh? Il caffè? Ah sì...

- Macchiato, proprio come piace a lei.

- Macchiato?

Marco Sallustio era allergico al latte, gli dava allo stomaco. E quel bar? Non era un posto molto raccomandabile. Si diceva fosse uno di quei bar in cui girano droga e prostitute. E lui non aveva mai avuto problemi di droga, né era mai stato con una prostituta. Quei tizi che giocavano a biliardo sembravano tenerlo d’occhio, ma in generale era l’aria che si respirava ad essere insopportabile: dolciastra com’era, dava la nausea e una spiacevole sensazione di claustrofobia.

- Quindi, professore, questa malattia si caratterizza per due tipi di sintomi.

Era la televisione: sembrava un'intervista.

- Esatto. Sono sintomi positivi, ovvero comportamenti o esperienze del soggetto ulteriori rispetto all'esperienza e al comportamento dell'individuo normale; e sintomi negativi, così chiamati quelli che rappresentano una diminuzione o una scomparsa di alcune capacità o esperienze normali del soggetto, come nell’aritmia cardiaca di tanto in tanto non s’avverte più il bip del cuore.

Bip.

- Allora non lo hai capito che mi devi lasciare in pace? Eh, stronzo di merda? Lasciami in pace, sennò ti ammazzo! Hai capito? T'ammazzo!


 

Ancora quella voce. Come ogni notte, lo attendeva in quella segreteria: era la voce di un pazzo, un esaltato che ce l’aveva con lui. Ma perché? Nonostante si sforzasse, non riusciva proprio a capire chi fosse. In quel momento poi aveva sonno, troppo sonno. E fuori diluviava: ormai erano tre giorni che non smetteva di piovere e a Marco piaceva starsene rintanato sotto le coperte ad ascoltare la pioggia che si riversava a secchi sulla via.

Magari, dopo una buona dormita, tutto si sarebbe schiarito. L’indomani avrebbe poltrito sino a tardi, si sarebbe alzato con comodo e con tutta calma avrebbe preparato un buon caffè.

- Il caffè.

- Co... cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si raffredda.

- Eh? Il caffè? Ah sì...

- Macchiato, proprio come piace a lei.

- Macchiato?

- Vuole la solita bustina di zucchero?

Mise la bustina in tasca e bevve il caffè che di solito prendeva amaro e senza latte.

Stette qualche momento ad ascoltare un professore alla televisione che, intervistato, parlava dei sintomi di una qualche malattia. Quindi se ne andò a casa.

Bip.

- Ascoltami. Ascoltami bene e non farmi incazzare. Sei stato al bar, giusto? Ti hanno dato una bustina di zucchero ma tu l’hai messa in tasca, giusto? Ecco, ora prendi quella bustina, la posi qui vicino al telefono e te ne vai a dormire, d’accordo? E vedi di non fare cazzate come al solito, perché sennò questa volta giuro che ti faccio fuori. Hai capito, bastardo di merda?


 

La bustina di zucchero! È vero, l’aveva ancora in tasca. L’afferrò e la guardò attentamente: una normalissima bustina di zucchero. L’aprì e versò il contenuto sul tavolino. Era zucchero: una polvere bianca, finissima.

D’un tratto, sentì bussare alla porta.

Chi poteva essere a quell’ora di notte. Andò ad aprire.

- Ce ne hai messo di tempo per aprire. Cosa stavi facendo?

- Il caffè.

- Co... cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si fredda.

- Eh? Il caffè? Ah sì...

- Macchiato, proprio come piace a lei.

- Macchiato?

- Vuole la solita bustina di zucchero?


 

Mise la bustina in tasca e bevve il caffè che lui prendeva amaro e senza latte. Lasciò un euro e quindi se ne andò a casa senza attendere lo scontrino.

- Buonasera, signore – gli fece una sorta di scimmione che piantonava l’ingresso.

- Eh? Buonasera...

Era stanco, molto stanco. E aveva la mente confusa. Non riusciva a ricordare come fosse arrivato in quel bar e perché tutte quelle persone sembrava lo conoscessero. Gli occhi gli si chiudevano per la stanchezza e aveva bisogno di dormire. Sì, una bella dormita era proprio quello che ci voleva.

Bip.

Ancora quel rumore. Non ne poteva più, non lo sopportava.

Afferrò la cornetta.

- Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

Si azionò la segreteria.

- Pensi di essere furbo? Non credere di potermi prendere per culo come se fossi un coglione qualunque. Quella cazzo di bustina: lasciala su questo comodino, hai capito pezzo di merda? Non mi prendere per il culo! Hai capito?


 

La bustina! La bustina che gli aveva dato il ragazzo del bar. Dove l’aveva messa? In tasca, sì, in tasca all’impermeabile, ma dov’era: sul divano, giusto, sul divano. Cosa c’era in quella bustina? L’aprì, sembrava zucchero, ma no no, non lo era: la polvere era finissima. Troppo. Non era zucchero: era droga! Cocaina probabilmente. Ma perché? Lui non aveva mai preso droga: solo una volta, spinto dalla curiosità, aveva assaggiato della cocaina e non aveva mai potuto dimenticare quel sapore amaro che ti anestetizza la lingua.

Proprio in quel momento, bussarono alla porta.

Chi poteva essere a quell’ora.

Non aspettava nessuno. Era notte fonda.

La polizia! Forse cominciava a capire: volevano incastrarlo. Avrebbero perquisito il suo appartamento e trovato la droga. Ma chi? Chi voleva incastrarlo. Calma, bisognava stare calmi, non farsi prendere dal panico.

Raccolse la polvere che aveva sparso sul comodino e la gettò in bagno.

Tirò l’acqua.


 

Continuavano a bussare, sempre più nervosamente.

Aprì.

Sembrava un medico:

- Il decorso della malattia è considerato dalla maggior parte degli studiosi tendenzialmente cronico, con l'alternanza di periodi di acuzie e di remissione dei sintomi. Solo in rari casi è stata osservata la scomparsa dei sintomi. Uh, com'è tardi! - guardò l'orologio – Ci facciamo il caffè?

- Co... cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si raffredda.

Cosa stava succedendo? Dove si trovava. Di chi erano quelle voci? La televisione!

- Professor Marco Sallustio, quali sono le cause di questa patologia?

- Gli psicologi e gli psichiatri sono ormai concordi nell'attribuire la causa di questo disturbo a un complesso mix di fattori genetico - biologico – psicologici.

Era lui che stava parlando: si vide mentre faceva delle domande a un altro se stesso.

- Il caffè, signore, beva il suo caffè.

Vedeva il suo volto dappertutto: quel ragazzo che gli stava servendo il caffè aveva il suo volto e anche quel tale lì che se la spassava con quelle due puttane, e il volto di quelle puttane era il suo, e quei tizi che giocavano a biliardo e che lo stavano guardando e che ridevano: avevano tutti lo stesso, identico viso: il suo.

La testa gli scoppiava: un rimbombo continuo gli martellava il cervello: bum bum bum.


 

Bussavano! Chi poteva essere a quell’ora di notte.

Oh, no: la droga! Tirò l’acqua del water e la polvere fu risucchiata in un vortice infernale.

Continuavano a bussare.

Si decise finalmente ad aprire.

- Ce ne hai messo di tempo. Cosa stavi facendo?

- Il caffè.

- Cosa?

- Stavo preparando il caffè.

- Il caffè a quest’ora? Ma mi prendi per uno stronzo?

Chi era? Dove l’aveva visto?

- Mi manda Mario.

Mario?

- Dice che te ne sei andato senza pagare, questa sera.

Al bar! Ecco dove l’aveva visto. Era uno di quei tizi che giocava a biliardo e che poi s’era messo a piantonare l’ingresso. Ma cosa voleva da lui?.

- Come senza pagare? Ho lasciato i soldi sul bancone.

- Mi vuoi prendere per il culo?

- No, no. Io...

- Sai cosa succede a chi fa il furbo, no? Diciamo che te ne sei dimenticato e amici come prima.

- Come prima?

- Sì, come prima.

Senza replicare, mise la mano in tasca.

- Cosa fai? – fece lo scimmione, improvvisamente allarmatosi.

- Co... come? Prendo i soldi.

- Ecco, bravo. Ma fai piano. Molto piano.

Afferrato un euro, Marco glielo porse.

Quello lo guardò con occhi sprezzanti.

- E questo? Cosa sarebbe?

- Come cosa? I soldi del caffè...

- Il caffè?

- Co... cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si raffredda.

- Eh? Il caffè? Ah sì...

- Macchiato, proprio come piace a lei.


 

Lasciò un euro e se ne andò.

Una volta a casa, accese la televisione. Saltò rapidamente da una televendita ad una trasmissione erotica, quando la sua attenzione fu catturata da un tale che stava parlando di una qualche malattia.

- Un ruolo fondamentale assumono le meningi, ovvero quelle membrane che, all’interno del cranio, rivestono il sistema nervoso centrale. In particolare, parrebbe che l’estrema fragilità della leptomeninge, detta anche pia madre, possa comportare un afflusso eccessivo del liquor, il liquido che riempie la cavità del sistema nervoso centrale, causando danni, anche notevoli, al tessuto nervoso. C’è da dire, però, che sino ad oggi non è stato ancora provato con certezza un nesso con la nostra patologia.

- Uhm... è quasi ora di salutarci, professore. Oh! Bussano. Chi sarà a quest'ora?


 

Aprì la porta. Era quel buttafuori, voleva i soldi del caffè. Lo aveva seguito a quell’ora della notte per un misero euro?

- E questi? Cosa sarebbero?

- Come cosa? I soldi del caffè...

Un pugno semplicemente gli sfondò lo stomaco.

- Non fare lo stronzo, con me. Hai capito? Pezzo di merda.


 

Marco non ricordava cosa avesse mangiato quel giorno, ma qualcosa doveva aver mangiato, visto che vomitò anche l’anima.

Immerso in quella pozza schifosa del suo stesso vomito, iniziò a tossire convulsamente. Il tizio lo afferrò per i capelli e lo tirò su, lo spinse in casa richiudendosi la porta dietro.

Iniziò a picchiarlo sul viso: uno, due pugni dritti in faccia. Il primo gli spaccò il setto nasale, il secondo, la vista annebbiata, non riuscì neanche a vederlo.

- Credi di essere furbo, vero? Ma con me non si scherza. Adesso, da bravo, fammi vedere che mi dai i cinquecento più duecento per il mio disturbo e io non t’ammazzo.

Settecento euro? Ma cosa diceva? Perché doveva dargli così tanti soldi. Aveva preso solo... il caffè.

- Cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si raffredda.

- Il caffè? Ah sì...

- Macchiato, proprio come piace a lei.

- Grazie.

- Vuole la solita bustina di zucchero?

- Dammene due. Questa notte lo voglio bere molto dolce.

- Ecco qui. Si ricordi di passare alla cassa, dopo, mi raccomando.


 

Mise le bustine in tasca e bevve il caffè. Lasciò un euro e quindi andò in bagno. Passando, lanciò uno sguardo di intesa ad un tizio che pareva spassarsela alla grande con due puttane. Il pappone ricambiò lo sguardo, compiaciuto.

- Buonasera, signore – gli fece una sorta di King Kong - Ci si diverte anche stasera, eh?

- Sta’ zitto, scimmione.

- Senti un po’, stronzo. Tu non mi piaci, capito? Se non ti ho già spaccato la faccia, devi solo ringraziare il capo.

Marco guardò nervosamente in direzione del pappone che levò il bicchiere verso di lui per un brindisi immaginario.

- Prega solo che non debba mai mostrarti quanto mi stai sul cazzo.

- Posso passare, ora?

- Ma prego, signore, prego. Passi pure. Ma ricorda quello che t’ho detto.

- E chi se lo scorda?

- Ricordi, eh? Allora? Ricordi o no quello che ti dissi quella volta? Sei diventato sordo?


 

No.

Il naso era ridotto a brandelli, questo sì, e gli occhi li aveva gonfi che gli era impossibile vedere. Ma a sentire, cavolo, ci sentiva ancora bene. Solo che proprio non riusciva capire cosa dovesse ricordare.

- Co... cosa? Cosa devo ricordare?

- Ah, ma allora continui a fare il furbo. Vediamo di rinfrescarti un po’ la memoria.

Questa volta lo raggiunse un calcio sferrato con ferocia. Senza la prontezza di chinarsi e coprirsi con le braccia, probabilmente gli avrebbe spappolato il fegato.

- Ricordi quando quella volta ti fermai davanti al bagno...

E giù una testata che gli spaccò il sopracciglio destro: il sangue iniziò a schizzare furiosamente, ma lo scimmione pareva fregarsene. Evidentemente non era un tipo impressionabile.

- ... ti fermai davanti al bagno e ti dissi che non mi piacevi.

Adesso lo teneva su per il collo e Marco si sentiva soffocare, e quella sensazione di soffocamento era acuita e resa insopportabile da tutto il sangue che gli stava riempiendo la bocca.

- E allora ti dissi di pregare perché non arrivasse mai il giorno in cui potevo dimostrarti quanto mi stai sul cazzo. Ricordi?

- Non ricordo. Mi capita, certe volte, di non ricordare, di avere delle amnesie

- Hai provato a farti vedere da qualcuno?

- E da chi?

- E che ne so io? Da un dottore, magari ti consiglia qualcosa, magari sa riconoscere la malattia dai sintomi.

- E quali sono i sintomi di questa malattia, dottore?

- Questi sintomi possono essere: le idee fisse, i deliri, le allucinazioni e un generale disordine del pensiero. Non è infrequente che i ricordi inizino a confondersi: si è così pervasi dalla spiacevole sensazione di avere dei buchi di memoria e non ricordare anche fatti importanti. In questi casi, è possibile che il soggetto inizi a sviluppare esperienze sensoriali autonome.

- Ancora non riesci a ricordare? Ma ti ci vuole proprio una rinfrescata allora.


 

Quello scimmione lo condusse in bagno, gli mise la testa nel cesso e tirò lo sciacquone. L’acqua si mescolò rapidamente al sangue e si formò un vortice scarlatto che venne risucchiato verso l’inferno.

- Eh? Ricordi adesso? Ricordi?

- Cazzo ne so! Non ricordo. Certe volte non ricordo un cazzo. Ho... come cazzo si chiamano... delle amnesie.

- E perché cazzo stai raccontando queste cose a me? Fatti vedere da un qualche dottore del cazzo, no?

Il pappone non sembrava avere tanta voglia di ascoltarlo.

- Non ho voglia di andare a raccontare i cazzi miei alla gente.

- E allora fottiti. Cazzo vuoi da me?

- Ecco, quello che sto cercando di dirti è che qualche volta potrei sembrarti strano: è che non vorrei fare delle cazzate.

- L’hai fatta la cazzata, alla fine, pezzo di merda.


 

In fondo ammirava la pazienza con la quale attendeva che il serbatoio si riempisse ancora d’acqua per poi tirare nuovamente lo sciacquone. La cosa lo doveva divertire molto, e non dispiaceva troppo neanche a lui: la sua situazione era un po’ migliorata visto che la fuoriuscita di sangue si stava arrestando e l’acqua sulla testa, dopotutto, era piacevole.

Il sollievo, però, duro poco.

Lo scimmione lo trascinò davanti allo specchio del lavandino: a mala pena riusciva, con gli occhi tumefatti, a vedere il suo volto martoriato. In quel momento, squillò il telefono.


 

Bip.

- Pezzo di merda! Vuoi farci ammazzare, brutto stronzo che non sei altro. Ma ti ammazzo, piuttosto. Ti ammazzo, capito?

- Ti ammazzo, brutto scimmione di merda! Guarda come mi hai ridotto il viso, stronzo figlio di puttana!

Un raptus di violenza inaudita: Marco, con ferocia, scaraventò quel viso di scimmia contro lo specchio che si frantumò in mille pezzi. Non se ne curò e continuò finché lo scimmione stramazzò a terra, ormai irriconoscibile.


 

A fatica, si trascinò in cucina, aprì lo sportello di una dispensa, ne trasse una scatola di medicine e inghiottì un pugno di pillole.

Cadde per terra, con la testa tra le mani: gli faceva male, come se gli trapanassero il cervello, e iniziò lanciare urla lancinanti finché, a poco a poco, il dolore si calmò e riuscì persino ad alzarsi.

A stento si reggeva in piedi: barcollando, tenendosi addosso alle pareti, riuscì a raggiungere la camera affianco. Si sedette. La televisione era ancora accesa: quello che parlava sembrava un medico.

- Lei è molto malato, caro signore. La sua patologia può essere curata con questi farmaci neurolettici: diminuiranno il suo senso di angoscia e le sue reazioni aggressive. Purtroppo la loro assunzione non è priva di effetti collaterali: potrebbero causarle dei vuoti di memoria e alterazioni della personalità, sviluppando esperienze sensoriali autonome e assolutamente realistiche.

Allora, Marco afferrò il cellulare e fece una telefonata.

Dopo un po', si attivò la segreteria telefonica.

- Ciao, sono Marco. In questo momento non sono in casa. Lasciate un messaggio dopo il solito segnale acustico.

Bip.

E dopo il solito segnale acustico, Marco lasciò il solito rabbioso messaggio di disperazione.

- Lo vuoi capire o no che non c’è posto per tutti e due. Te ne devi andare: finirai per farci ammazzare entrambi, pezzo di merda che non sei altro! Vuoi farmi crepare con te, brutto stronzo! Ma piuttosto preferisco ucciderci! Quando meno te lo aspetti, hai capito? Così, ci ucciderò entrambi, fottutissimo figlio di puttana. Questa tua vita del cazzo me la riprendo e tu sparirai dalla faccia della terra! Capito, stronzo di merda!

Bip.


 

- Il caffè.

- Co... cosa?

- Signore, il caffè è pronto, lo beva sennò si raffredda.

 

 

 

 

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Istruzioni per l'uso.

Mi raccomando a voi: dovete firmare il vostro commento e indicare la discussione a cui vi riferite. Tipo qui, no, dovete scrivere:

Mater Pia,

commento commento,

Andràgone.

Ok?

Naturalmente se a scrivere il commento è Andràgone in persona. In caso contrario, è sufficiente cambiare il nome Andràgone con il proprio.

 

 

Adesso puoi anche procedere in tutta onestà.

 


 

Commenti

 

 

20.10.2008

"@ Andragòne: ah, ecco chi è Andragòne! In sostanza, è il consumatore medio di questo racconto assurto alla cronaca anche quale modello di riferimento per pregevoli scritti quali 'Lascia un commento'. Beh, caro il mio Andragòne, sappi che i tuoi suggerimenti mi sono preziosi, ma ancor più prezioso mi sarà il tuo apporto nella santificazione delle divinità merenghe."

 

"@ quello che ha scritto: ' Ma davvero ti è successo tutto questo?'. Rispondo, placidamente: chi? cosa? dove? chi sei? a che diavolo ti riferisci? non so neanche se ho fatto bene ad inserire il commento qui!"

 

Placidamente,

Fini Tocchi Alati

 

17.10.2008

"Ma davvero ti è successo tutto questo?"

 

17.10.2008

"Secondo me dovresti rilavorare sulla sceneggiatura, piccoli accorgimenti, è fantastico così.. però, per esempio, potresti dare più rilievo al barista che è il deus ex machina dell'opera e promuoverlo a protagonista.. poi proporre la parte a roberto stasolla e l'ormai insignificante ruolo di marco sallustio provare a farlo fare ad al'conte.. pensaci"
Andràgone

 

26.08.2008

"@ Marco Sallustio (l'unico e il vero): beh!, che dire: ogni riferimento è puramente casuale, ma è bello scoprire che esiste davvero un Marco Sallustio! Ehi, Marco! Facci sapere di te!!!"

Fini Tocchi Alati

 

26.08.2008

"Mater Pia,

fichissimo sono Marco Sallustio e non conosco nessuno di voi... un saluto a tutti i miei omonimi!!!"

Marco Sallustio

 

27.06.2008

"Ciao OcchidaAsdrubala, qual buon vento!

E tu Suor, ma sei SuorFia?

E mi raccomando, quando lasciate un messaggio, SCRIVETE ANCHE LA DISCUSSIONE A UI FATE RIFERIMENTO. Non so perché, ma i messaggi me li ritrovo tutti insieme e senza alcuna distinzione e spesso non so a cosa fanno riferimento."

Fini Tocchi Alati

 

26.06.2008

"bip.

ho la pelle d'oca."

Suor

 

16.06.2008

"Conosco già questo racconto, ovviamente.

Approfitto dello spazio per ricambiare la visita e magari, ripeterla."

Asdrubala Occhi

 

 

 

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