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Quella sensazione che puoi dire soltanto in francese

di Stephen King


Floyd, cos'è quello? Oh, cazzo.
La voce dell'uomo che pronunciava quelle parole era vagamente familiare,
ma le parole stesse non erano che un frammento incoerente di dialogo,
il genere di suono frutto dello zapping con il telecomando. Nella sua vita
non c'era nessun Floyd. Ciò malgrado, quello fu l'inizio. Ancor prima di
vedere la bambina con il grembiule rosso, ci furono quelle parole sconnesse.
Ma fu la bambina a fargliela sentire con forza. «Oh... ho quella sensa

zione», disse Carol.
La bambina con il grembiule era davanti a un emporio di campagna
chiamato Carson's - BIRRA, VINO, ALIMENTARI, ESCHE FRESCHE,
LOTTERIA - accovacciata con il didietro fra le caviglie e il vestitino rosso
acceso rimboccato fra le cosce, intenta a giocare con una bambola. La
bambola aveva i capelli gialli ed era sporca, il tipo di bambola disarticolato,
dal tronco imbottito.
«Quale sensazione?» chiese Bill.
«Ma sì... quella che puoi dire soltanto in francese. Aiutami.»
«Déjà vu», disse lui.
«Esatto», fece Carol, e si voltò di nuovo a guardare la bambina. Reggerà
la bambola per una gamba, pensò. La reggerà capovolta, facendo penzolare
quei luridi capelli gialli.
Ma la bambina aveva abbandonato il giocattolo sui gradini grigi e
scheggiati ed era andata a guardare un cane chiuso nel vano posteriore di
un'auto famigliare. Poi Bill e Carol Shelton superarono una curva della
strada e l'emporio scomparve.
«Quanto manca?» domandò Carol.
Bill la guardò con un sopracciglio inarcato e una fossetta all'angolo della
bocca: sopracciglio sinistro e fossetta destra, come sempre. L'espressione
che diceva: Tu mi credi divertito, ma in realtà sono irritato. Come circa
nove trilioni di altre volte nel corso del nostro matrimonio, in realtà sono
irritato. Ma tu non lo sai, perché la tua vista riesce a penetrarmi solo per
un paio di centimetri, dopodiché si arrende.
Ma la sua vista era migliore di quanto lui immaginasse; era uno dei segreti
del loro matrimonio. Probabilmente ne aveva qualcuno anche lui. E
poi, naturalmente, c'erano quelli che condividevano.
«Non lo so», rispose Bill. «Non sono mai stato qui.»
«Ma sei sicuro che la strada è giusta.»
«Una volta che superi la sopraelevata e sei a Sanibel Island, ce n'è soltanto
una», spiegò. «Arriva fino a Captiva, e lì finisce. Ma prima arriveremo
alla Palm House. Te lo prometto.»
L'arco del suo sopracciglio cominciò a distendersi. La fossetta cominciò
a riempirsi. Stava tornando a quello che lei chiamava il Grande Equilibrio.
Era giunta a provare avversione anche per il Grande Equilibrio, ma non la
stessa che provava per il sopracciglio e la fossetta, o per il modo sarcastico
in cui lui chiedeva: «Scusa?» quando dicevi qualcosa che trovava stupido,
o per la sua abitudine di sporgere il labbro inferiore quando voleva sem

brare pensoso e riflessivo.
«Bill?»
«Mmm?»
«Conosci qualcuno che si chiama Floyd?»
«C'era un certo Floyd Denning. Gestivamo insieme lo snack bar al pianterreno
del Cristo Redentore, l'ultimo anno di scuola. Te ne ho parlato, vero?
Un venerdì rubò i soldi del distributore della Coca e trascorse il fine
settimana a New York con la sua ragazza. Sospesero lui ed espulsero lei.
Cosa te l'ha fatto venire in mente?»
«Non lo so», disse Carol. Era più facile che spiegargli che il Floyd con
cui Bill era andato al liceo non era il Floyd a cui si rivolgeva la voce nella
sua testa. Quanto meno, lei non credeva che lo fosse.
Seconda luna di miele, è così che la si chiama, pensò guardando le palme
che fiancheggiavano la Highway 867, un uccello bianco che avanzava
solenne lungo il bordo come un predicatore in preda all'ira e un cartello
che annunciava: PARCO NATURALE DEI SEMINOLE. RIEMPITEVI
L'AUTO, COSTA SOLO $ 10. Florida lo stato del Sole. Florida lo stato
dell'Ospitalità. Florida, dove Bill Shelton e Carol Shelton, già Carol O-
'Neill di Lynn, nel Massachusetts, trascorsero la loro prima luna di miele,
venticinque anni fa. Tranne che erano dall'altra parte, sul versante Atlantico,
in un piccolo complesso di baite, e nei cassetti del canterano c'erano
gli scarafaggi. E lui non riusciva a staccarmi le mani di dosso. Ma non
aveva importanza, perché in quei giorni volevo essere toccata. Diamine,
volevo essere messa a ferro e fuoco come Atlanta in Via col vento, e lui mi
incendiava, mi ricostruiva e poi mi radeva al suolo di nuovo. Adesso sono
le nozze d'argento. I venticinque anni sono d'argento. E a volte provo
quella sensazione.
Si stavano avvicinando a una curva, e lei pensò: Tre croci sul lato destro
della strada. Due piccole a fiancheggiare una più grande. Quelle piccole
sono di assicelle di legno. Quella in mezzo è di betulla bianca e ha una fotografia,
una minuscola foto del diciassettenne che una sera, sbronzo della
sua ultima sbronza, ha perso il controllo dell'auto su questa curva, e questo
è il punto in cui la sua ragazza e le sue amiche lo commemorano...
Bill superò la curva. Due corvi neri, grassi e lucenti, spiccarono il volo
da un grumo appiattito sull'asfalto in una chiazza sanguinolenta. I due uccelli
erano così satolli che Carol non era sicura che si sarebbero levati di
torno fino all'istante in cui lo fecero. Non c'erano croci, né sulla sinistra né
sulla destra. Soltanto una carcassa di animale in mezzo alla strada, una

marmotta o qualcosa del genere, che ora sfilava sotto un'auto di lusso che
non era mai stata a nord della linea Mason-Dixon.
Floyd, cos'è quello?
«Che c'è?»
«Eh?» Lo guardò sconcertata, sentendosi leggermente sottosopra.
«Ti sei irrigidita. Hai un crampo alla schiena?»
«Una cosa lieve.» Si abbandonò gradualmente sullo schienale. «Ho avuto
un'altra di quelle sensazioni. Il déjà vu.»
«È passata?»
«Sì», disse, ma stava mentendo. Si era un poco attenuata, ma niente di
più. Le era già successo, ma mai in modo così continuativo. Aumentava e
diminuiva, ma non scompariva mai. L'avvertiva fin da quando quella frase
su Floyd aveva cominciato a girarle per la testa... e dalla bambina con il
grembiule rosso.
Ma in realtà non aveva sentito qualcosa ancora prima? Non era cominciata
quando erano scesi dal Lear 35 nella calura martellante del sole di
Fort Myers? O prima ancora? Durante il viaggio da Boston?
Stavano per giungere a un incrocio. In alto c'era un semaforo giallo lampeggiante,
e Carol pensò: Sulla destra c'è un concessionario di auto usate
e un cartello del Teatro Pubblico di Sanibel.
Poi si disse: No, sarà come le croci inesistenti. È una sensazione forte,
ma falsa.
Giunsero all'incrocio. Sulla destra c'era un concessionario di auto usate,
il Palmdale Motors. Carol avvertì un sussulto nel vederlo, l'affondo di
qualcosa di più pungente dell'inquietudine. Si ammonì di smetterla di fare
la stupida. La Florida doveva essere piena di concessionari, e se pronosticavi
di trovarne uno a ogni incrocio, prima o poi la legge delle probabilità
ti faceva diventare un profeta. Era un trucco che i medium usavano da centinaia
di anni.
E poi il cartello del teatro non c'è.
Ma c'era un altro cartello. Era Maria la Madre di Dio, lo spettro di tutta
la sua infanzia, e tendeva le mani come faceva nella medaglia che sua
nonna le aveva regalato per il decimo compleanno. Gliel'aveva premuta
sulla mano e le aveva avvolto la catenella alle dita, dicendo: «Portala sempre
mentre cresci, perché stanno arrivando i giorni difficili». E lei l'aveva
portata, altroché. L'aveva portata alla scuola elementare e media Nostra
Signora degli Angeli, e poi al liceo San Vincenzo de' Paoli. L'aveva portata
finché i seni l'avevano circondata crescendo come miracoli ordinari, e

poi l'aveva persa chissà dove, probabilmente durante la gita di classe ad
Hampton Beach. In pullman, al ritorno, aveva baciato per la prima volta
con la lingua. Il ragazzo era Butch Soucy, e lei aveva sentito il sapore dello
zucchero filato che lui aveva mangiato.
La Maria su quella medaglia ormai scomparsa e la Maria su questo cartellone
avevano la stessa precisa espressione, quella che ti faceva sentire in
colpa per aver ceduto a pensieri impuri anche quando tutto quello a cui
stavi pensando era un panino al burro di arachidi. Sotto la figura di Maria,
il cartello diceva: LE OPERE DI CARITÀ MADRE MISERICORDIOSA
AIUTANO I SENZATETTO DELLA FLORIDA - E TU CI AIUTI?
Ehi, Maria, che storia è questa...
Molte voci, voci di ragazzine, una cantilena fantasma. Miracoli ordinari,
fantasmi ordinari. Lo scoprivi invecchiando.
«Che ti prende?» Carol conosceva quella voce come conosceva l'espressione
sopracciglio-e-fossetta. Era il tono di voce da faccio solo fìnta di essere
incazzato e che significava che era veramente incazzato, quanto meno
un po'.
«Niente.» Gli rivolse il miglior sorriso che riuscì a evocare.
«Non sembri in te, davvero. Forse non avresti dovuto dormire in aereo.»
«Probabilmente hai ragione», disse, e non solo per essere conciliante.
Dopotutto, quante donne ottenevano una seconda luna di miele a Captiva
Island per il venticinquesimo anniversario? Dieci giorni in uno di quei posti
in cui il denaro non serviva a niente (quanto meno finché la carta di credito
non sputava fuori il conto a fine mese) e se volevi un massaggio un
bellone svedese veniva a percuoterti nella tua casa di sei locali sulla spiaggia?
All'inizio le cose erano diverse. Bill, che aveva conosciuto a un ballo
della scuola dall'altra parte della città e che tre anni dopo aveva rivisto al
college (un altro miracolo ordinario), aveva cominciato la loro vita coniugale
lavorando come portinaio, poiché nel settore dei computer non c'erano
sbocchi. Era il 1973, i computer non stavano andando da nessuna parte e
loro due abitavano in un orrendo posto a Revere, non sulla spiaggia, ma lì
vicino, in un appartamento sopra al quale c'era tutta la notte un andirivieni
di gente che saliva al piano superiore per farsi vendere la droga dalle due
pallide creature che vivevano lì e ascoltavano musica da sballo degli anni
Sessanta. Carol se ne stava sdraiata perfettamente sveglia, aspettando che
cominciassero le grida e pensando: Non ce ne andremo mai di qui, diven

teremo vecchi e moriremo con i Cream e l'LSD e gli autoscontri giù in
spiaggia.
Bill, esausto dopo il turno di lavoro, dormiva malgrado il fracasso, coricato
su un fianco, a volte posando una mano sul suo. E quando non lo faceva,
spesso era lei stessa a portarsela lì, specialmente se le creature al piano
di sopra stavano litigando con la loro clientela. Bill era tutto ciò che aveva.
Quando l'aveva sposato, i suoi genitori l'avevano praticamente ripudiata.
Era cattolico, ma il tipo sbagliato di cattolico. La nonna le aveva
chiesto per quale ragione volesse stare con quel ragazzo quando chiunque
poteva vedere che era un poveraccio, come potesse farsi abbindolare dalle
sue chiacchiere, perché volesse spezzare il cuore a suo padre. E lei che cosa
poteva rispondere?
C'era un bel po' di strada fra quell'appartamento di Revere e un jet privato
che si librava a mille metri di altitudine; un bel tragitto per arrivare a
quell'auto a noleggio, una Crown Victoria - quella che i «bravi ragazzi»
nei film di gangster chiamavano invariabilmente Crown Vic - diretta verso
dieci giorni in un posto il cui conto sarebbe probabilmente stato... be', non
voleva nemmeno pensarci.
Floyd?... Oh cazzo.
«Carol? E adesso che c'è?»
«Niente», rispose. Davanti a loro, accanto alla strada, c'era un piccolo
bungalow rosa con un portico fiancheggiato dalle palme. Gli alberi, con le
loro chiome sfrangiate che si stagliavano contro il cielo azzurro, le fecero
pensare agli Zero giapponesi che volavano a bassa quota sparando con i
mitragliatori sotto le ali - un'associazione che era chiaramente il frutto di
una giovinezza sprecata davanti alla televisione - e al loro passaggio ne sarebbe
uscita una donna di colore. Asciugandosi le mani con un pezzo di tela
rosa li avrebbe osservati con fare inespressivo mentre passavano, due
ricconi a bordo di una Crown Vic diretti verso Captiva, e avrebbe ignorato
che un tempo Carol Shelton giaceva sveglia in un appartamento da novanta
dollari al mese, ascoltando i dischi e lo smercio di droga al piano di sopra,
sentendo qualcosa di vivo dentro di sé, qualcosa che le faceva pensare
a una sigaretta accesa rotolata dietro le tende a una festa, piccola e inosservata,
ma intenta a bruciare accanto al tessuto.
«Tesoro?»
«Ho detto niente.» Oltrepassarono la casa. Non c'era nessuna donna. Un
vecchio - bianco, non nero - era seduto su una sedia a dondolo e li guardò
passare. Aveva un paio di occhiali senza montatura sul naso e un lacero

pezzo di tessuto rosa, dello stesso colore della casa, di traverso sul grembo.
«Sto bene. Ho solo una gran voglia di arrivare e di mettermi in calzoncini.
»
La mano di lui le toccò il fianco - dove durante i primi tempi la toccava
così spesso - e poi avanzò leggermente verso l'interno. Carol pensò di fermarlo
(mani romane e dita russe, dicevano un tempo), ma non lo fece. Dopotutto,
era la loro seconda luna di miele. E poi avrebbe fatto scomparire
quella sua espressione.
«Magari», disse lui, «potremmo fare una pausa. Hai presente, dopo che
ti sei tolta il vestito e prima che ti metta i calzoncini.»
«La trovo un'idea deliziosa», rispose lei, e posò la mano su quella di lui
premendosele entrambe sul corpo. Davanti a loro c'era un cartello che
quando fossero stati abbastanza vicini da poterlo leggere avrebbe annunciato:
PALM HOUSE 5 KM A SINISTRA.
In realtà diceva: PALM HOUSE 3 KM A SINISTRA. Era seguito da un
altro cartello, ancora Maria con le mani tese e quel bagliore elettrico attorno
al capo che non era esattamente un'aureola. Questa versione diceva: LE
OPERE DI CARITÀ MADRE MISERICORDIOSA AIUTANO I MALATI
DELLA FLORIDA - E TU CI AIUTI?
«Il prossimo dovrebbe dire 'Crema da barba Burma Shave'», osservò
Bill.
Carol non capì che cosa intendesse, ma era chiaramente una battuta e così
sorrise. Il prossimo avrebbe detto «Le Opere di Carità Madre Misericordiosa
aiutano i poveri della Florida», ma non poteva dirglielo. Caro Bill.
Caro malgrado le sue espressioni a volte stupide e le sue allusioni a volte
poco chiare. Forse ti lascerà, e vuoi sapere una cosa? Se prenderai la palla
al balzo, sarà probabilmente la cosa più fortunata che ti possa capitare.
Questo secondo suo padre. Caro Bill, che aveva provato che in un'occasione,
in quella singola, importantissima occasione, il suo giudizio era stato
molto più lucido di quello di suo padre. Era ancora sposata con l'uomo che
sua nonna aveva chiamato «il gran fanfarone». A caro prezzo, vero, ma
che cosa diceva il vecchio assioma? Dio dice prendete ciò che volete... e
pagatelo.
Le prudeva la testa. Se la grattò distrattamente, aspettando di vedere il
successivo cartello della Madre Misericordiosa.
Per quanto fosse orribile ammetterlo, le cose avevano cominciato a girare
per il verso giusto quando aveva perso il bambino. Era stato appena
prima che Bill trovasse un impiego alla Beach Computers, fuori città sulla

Route 128, quando le prime folate di cambiamento nel settore avevano
cominciato a farsi sentire.
Carol aveva perso il bambino per un aborto spontaneo... ci avevano creduto
tutti, tranne forse Bill. Di sicuro la sua famiglia ci aveva creduto: il
papà, la mamma, la nonna. «Aborto spontaneo» era la storiella che raccontavano,
e l'aborto spontaneo era la storiella cattolica per definizione. Ehi,
Maria, che storia è questa, recitavano a volte saltando alla fune, sentendosi
coraggiose, sentendosi peccatrici mentre le gonne delle loro uniformi
si sollevavano e si abbassavano sulle ginocchia piene di croste. Tutto ciò
succedeva all'istituto Nostra Signora degli Angeli, dove suor Annunciata ti
percuoteva le nocche con il righello se ti sorprendeva a guardare fuori dalla
finestra durante la lezione sulle proposizioni, dove suor Domitilla ti diceva
che un milione di anni non era che il primo scatto dell'orologio senza
fine dell'eternità (e l'eternità potevi passarla all'Inferno, a molti capitava,
era facile). All'Inferno vivevi in eterno con la pelle in fiamme e le ossa che
arrostivano. Adesso Carol era in Florida, adesso era seduta su una Crown
Vic accanto a suo marito, la cui mano era ancora posata sul suo inguine; il
vestito si sarebbe spiegazzato ma che importava se gli faceva sparire quell'espressione
dal volto? E perché quella sensazione non se ne andava?
Pensò a una cassetta delle lettere con la scritta RAGLAN dipinta su un
lato e la decalcomania della bandiera americana sullo sportello, e malgrado
il nome fosse REAGAN e sulla bandierina vi fosse un adesivo dei Grateful
Dead, la cassetta c'era. Pensò a un piccolo cane nero che trotterellava a
passo svelto lungo il lato opposto della strada, tenendo la testa bassa e fiutando,
e il piccolo cane nero era lì. Ripensò al cartello e sì, eccolo: LE
OPERE DI CARITÀ MADRE MISERICORDIOSA AIUTANO I POVERI
DELLA FLORIDA - E TU CI AIUTI?
Bill stava indicando qualcosa. «Laggiù, vedi? Credo che sia Palm
House. No, non dalla parte del cartello, dall'altra. Ma perché lasciano che
la gente piazzi quegli affari fin quaggiù?»
«Non lo so.» Le prudeva la testa. Si grattò, e una forfora nera cominciò a
cadérle davanti agli occhi. Si guardò le dita e rimase inorridita nel vedere
che erano chiazzate di nero; era come se qualcuno le avesse appena preso
le impronte digitali.
«Bill?» Si passò le dita fra i capelli biondi, e le scaglie che caddero erano
più grosse di prima. Vide che non erano squame di pelle ma di carta. Su
una c'era un volto, che faceva capolino dalla parte bruciacchiata come una
faccia che ti fissava da un negativo uscito male.

«Bill?»
«Cosa? Co...» Poi la sua voce cambiava completamente, e ciò la spaventava
più del modo in cui l'auto aveva sbandato. «Cristo, tesoro, cos'hai nei
capelli?»
La faccia sul pezzetto di carta sembrava quella di Madre Teresa. Oppure
era soltanto dovuto al fatto che stava pensando a Nostra Signora degli Angeli?
Carol la raccolse dal suo vestito per mostrarla a Bill, ma prima che ci
riuscisse le si disintegrò fra le dita. Si voltò verso di lui e vide che i suoi
occhiali gli si erano sciolti sulle guance. Uno degli occhi era schizzato fuori
dall'orbita e si era squarciato come un acino d'uva gonfio di sangue.
E io lo sapevo, pensò Carol. Lo sapevo ancora prima di girarmi. Perché
provavo quella sensazione.
Un uccello strideva fra gli alberi. Sul cartello, Maria tendeva le mani.
Carol cercò di gridare. Cercò di gridare.
«Carol?»
Era la voce di Bill, proveniente da un migliaio di chilometri di distanza.
Poi la sua mano, che non premeva sull'inguine, ma sulla sua spalla.
«Tutto bene, piccola?»
Carol aprì gli occhi sulla luce brillante del sole e le orecchie sul ronzio
regolare dei motori del Learjet. E su qualcos'altro: una pressione sui timpani.
Spostò lo sguardo dal volto leggermente preoccupato di Bill al quadrante
sotto l'indicatore della temperatura nella cabina di pilotaggio e vide
che era sceso a ottomilacinquecento metri.
«Stiamo atterrando?» chiese, sentendo che il suo tono era annebbiato.
«Di già?»
«Veloce, eh?» Bill sembrava soddisfatto, come se avesse pilolato lui
stesso l'aereo e non avesse semplicemente pagato qualcuno per farlo. «Il
pilota dice che arriveremo a Fort Myers entro venti minuti. Hai fatto un bel
salto, ragazza mia.»
«Ho avuto un incubo.»
Rise, l'affettata risatina di quanto-siamo-sciocche che lei era arrivata a detestare sinceramente. «Gli incubi non sono permessi nella seconda luna
di miele, piccola. Cos'era?»
«Non ricordo», rispose lei, ed era la verità. C'erano solo frammenti: Bill
con gli occhiali sciolti sul volto, e una delle tre o quattro rime proibite che
a volte scandivano in quarta e quinta elementare. Questa faceva: Ehi, Maria,
che storia è questa... e poi qualcosa-qualcosa-qualcosa. Non riusciva a
ricordare il resto. Rammentava Tira qua, tira là, il tarallo di papà, ma non
quella su Maria.
Maria aiuta i malati della Florida, pensò senza avere la minima idea di
che cosa significasse, e in quel momento vi fu un segnale acustico e il pilota
accese la spia luminosa delle cinture di sicurezza. Avevano cominciato
la discesa. Che la festa cominci, pensò Carol allacciandosela.
«Davvero non ricordi?» chiese Bill stringendosi la sua. Il piccolo jet attraversò
una nube piena di turbolenza, uno dei piloti modificò leggermente
l'assetto e il velivolo tornò a farsi stabile. «Perché di solito appena ti svegli
li ricordi. Perfino quelli brutti.»
«Ricordo suor Annunciata di Nostra Signora degli Angeli. La lezione
sulle proposizioni.»
«Quello sì che è un incubo.»
Dieci minuti dopo il carrello si abbassò con un lamento e un tonfo. Cinque
minuti più tardi erano atterrati.
«Dovevano portarci la macchina fin qui all'aereo», disse Bill cominciando
già con le stronzate di lusso. A lei non piacevano, ma quanto meno non
le detestava quanto la risatina affettata e il suo repertorio di occhiate paternalistiche.
«Spero non ci siano complicazioni.»
Non ci sono state, pensò Carol, e la sensazione la travolse con forza. Fra
un secondo o due la vedrò fuori dal finestrino sul mio lato. È una classica
auto da vacanza in Florida, una gigantesca Cadillac bianca, o forse una
Lincoln...
Ed eccola lì, a provare che cosa? Be', si disse, a provare che a volte
quando avevi un déjà vu quello che pensavi che sarebbe successo succedeva
veramente. In realtà non era una Caddy né una Lincoln, ma una Crown
Victoria, quella che i «bravi ragazzi» in un film di Martin Scorsese avrebbero
senza dubbio chiamato una Crown Vic.
«Uuuh», esclamò mentre lui l'aiutava a scendere i gradini dell'aereo. Il
sole cocente le fece girare la testa.
«Che succede?»
«Niente, davvero. Un piccolo déjà vu. Un avanzo del sogno, immagino.
Siamo già stati qui, quel genere di cosa.»
«È il fatto di essere in un posto nuovo, nient'altro», disse Bill, e la baciò
sulla guancia. «Andiamo, che la festa cominci.»
Raggiunsero l'auto. Bill mostrò la patente alla giovane donna che l'aveva
portata sulla pista. Carol lo sorprese a occhieggiarle l'orlo della gonna prima
di firmare il documento sul blocco che gli porgeva.

Lo farà cadere, si disse. La sensazione era diventata così forte che era
come essere su un ottovolante troppo veloce; all'improvviso ti rendi conto
che stai uscendo dal Paese del Divertimento e ti stai addentrando nel Regno
della Nausea. Lo farà cadere, e Bill dirà: «Oplà», e glielo raccoglierà,
guardandole meglio le gambe.
Ma la donna della Hertz non fece cadere il blocco. Era arrivato un pulimmo
bianco che l'avrebbe riportata al terminal della Butler Aviation. Rivolse
un ultimo sorriso a Bill - aveva completamente ignorato Carol - e aprì
la portiera anteriore destra. Fece per salire, ma scivolò. «Oplà, chi va
là?» esclamò Bill, e la resse per un gomito. Lei gli rivolse un sorriso, lui
scoccò un'occhiata di addio alle sue gambe ben tornite e Carol rimase ferma
accanto alla pila crescente dei loro bagagli, pensando: Ehi, Maria...
«Mrs Shelton?» Era il copilota. Reggeva l'ultima borsa, quella del computer portatile di Bill, e sembrava preoccupato. «Sta bene? È molto pallida.»
Bill lo sentì e distolse lo sguardo dal pulimmo bianco in partenza, l'espressione ansiosa. Se ciò che Carol provava più intensamente per Bill fosse stato tutto ciò che provava per lui, ora che erano sposati da venticinque anni l'avrebbe lasciato quando aveva saputo della segretaria, una bionda come quella della Clairol, troppo giovane per ricordare lo slogan: «Se ho una sola vita da vivere...» Ma c'erano altri sentimenti. C'era l'amore, per esempio. Ancora amore. Un genere di amore di cui le ragazzine nelle uniformi della scuola cattolica non sospettavano l'esistenza, una sorta di brutta erbaccia troppo tigliosa per morire.
E poi non era soltanto l'amore a tenere insieme le persone. C'erano i segreti, e il prezzo che pagavi per mantenerli.
«Carol?» le chiese Bill. «Piccola? Tutto bene?»
Lei pensò di dirgli che no, non andava tutto bene, stava affogando, ma
riuscì a sorridere e rispose: «È il caldo, tutto qui. Mi sento un po' stordita.
Fammi salire in macchina e regola l'aria condizionata al massimo, starò
subito meglio».
Bill la prese per un gomito (Ma a me non guardi le gambe, pensò Carol.
Sai già dove vanno, non è vero?) e la condusse verso la Crown Vic come se fosse una vecchietta. Una volta che la portiera venne chiusa e l'aria fresca ebbe cominciato a soffiarle sul volto, Carol si sentì meglio.
Se la sensazione tornerà, glielo dirò, pensò. Dovrò farlo. È troppo forte.
Non è normale.
Be', il déjà vu non era mai normale: era in parte sogno, in parte chimica
e in parte (era sicura di averlo letto, forse in uno studio medico mentre aspettava che il suo ginecologo esplorasse la sua topa cinquantaduenne) il risultato di un contatto elettrico difettoso nel cervello che faceva sì che una nuova esperienza venisse scambiata per una vecchia serie di dati. Un foro temporaneo nelle condutture, l'acqua fredda che si mescolava con la calda.
Carol chiuse gli occhi e pregò che se ne andasse.
O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che siamo ricorsi a te.
Ti prego (Ti preee-go, dicevano un tempo), basta con la scuola parrocchiale.
Questa dovrebbe essere una vacanza, non...
Floyd, cos'è quello? Oh cazzo! Oh CAZZO!
Chi era Floyd? L'unico Floyd che Bill conosceva era Floyd Dorning (o
forse Darling), quello con cui gestiva lo snack bar, quello che era andato a New York con la sua ragazza. Carol non riusciva a ricordare quando Bill le avesse parlato di lui, ma sapeva che l'aveva fatto.
Piantala, ragazza. Qui non c'è niente per te. Sbatti la porta in faccia a
tutta questa storia.
E funzionò. Udì un bisbiglio finale - che storia è questa - e poi tornò a
essere semplicemente Carol Shelton, in viaggio verso Captiva Island, in
viaggio verso Palm House con suo marito, il rinomato progettista di software, in viaggio verso le spiagge e i drink a base di rum e le note di un gruppo di percussionisti di steel drums che suonavano Margaritaville.
Passarono davanti a un supermercato. Passarono davanti a un vecchio di
colore nel suo baracchino di frutta sul bordo della strada, che le fece venire in mente gli attori degli anni Trenta e i film che si vedevano sull'American Movie Channel, il classico anziano che diceva «sissignore, padrone» e che indossava una tuta con la pettorina e un cappello di paglia con il cocuzzolo rotondo. Bill chiacchierava del più e del meno, e lei gli rispondeva. Era leggermente stupita che la ragazzina che dai dieci ai sedici anni aveva portato ogni giorno la medaglia della Vergine Maria fosse diventata questa signora con il vestito di Donna Karan, che i due disperati in quell'appartamento di Revere fossero ora questi ricconi di mezz'età che avanzavano lungo un rigoglioso corridoio di palme, eppure lo era, e lo erano. Una volta, ai tempi di Revere, lui era tornato a casa ubriaco e lei l'aveva colpito, facendolo sanguinare sotto l'occhio. Una volta aveva temuto di andare all'Inferno, distesa seminarcotizzata con le gambe appese a due staffe d'acciaio, pensando: Sono dannata, sono giunta alla dannazione. Un milione di anni, ed è soltanto il primo scatto dell'orologio.

Si fermarono al casello della sopraelevata e Carol pensò: Il casellante ha una voglia color fragola sul lato destro della fronte, che si confonde con il sopracciglio.
Non c'era alcuna voglia - il casellante era soltanto un tipo normale alle
soglie della cinquantina, capelli grigio ferro tagliati a spazzola, occhiali dalla montatura di corno, il tipo che vi augura buon viaggio con un pesante accento del Sud - ma la sensazione cominciò a tornare, e Carol si rese conto che ora ciò che credeva di sapere era ciò che sapeva veramente, sulle prime non tutto, ma poi, quando giunsero nei pressi del piccolo emporio sul lato destro della Route 41, quasi ogni cosa.
L'emporio si chiama Corson's e davanti c'è una bambina, si disse. Indossa
un grembiule rosso. Ha una bambola, un affare vecchio e sporco dai capelli gialli, che ha lasciato sui gradini dell'emporio per andare a guardare un cane sul vano posteriore di un'auto famigliare.
Il nome dell'emporio era Carson's, non Corson's, ma tutto il resto era identico.
Al passaggio della Crown Vic bianca, la bambina con il vestito rosso girò il volto solenne nella direzione di Carol; era una faccia da bimba di campagna, anche se Carol non sapeva che cosa ci facesse lì, nella terra del turismo di lusso, una piccola campagnola con la sua lurida bambola dai capelli gialli.
Questo è il punto in cui chiedo a Bill quanto manca, ma non lo farò.
Perché devo spezzare questo circolo vizioso. Devo farlo.
«Quanto manca?» gli chiese. Lui risponde che c'è solo una strada, che non possiamo perderci. Mi promette che arriveremo senza problemi alla Palm House. E, a proposito, chi è Floyd?
Il sopracciglio di Bill si inarcò. La fossetta gli comparve accanto alla
bocca. «Una volta che superi la sopraelevata e sei a Sanibel Island, c'è soltanto una strada.» Carol lo udì a malapena. Stava ancora parlando della strada, suo marito che due anni prima aveva trascorso un fine settimana a letto con la segretaria mettendo in pericolo tutto quello che avevano fatto e tutto ciò che avevano costruito, indossando l'altra sua faccia, il Bill che le avrebbe spezzato il cuore come sua madre aveva previsto. E che in seguito aveva cercato di dirle che non era riuscito a vincersi, mentre lei avrebbe voluto gridare: Ho ucciso un bambino per te, o comunque la possibilità di un bambino. Quanto è alto, come prezzo? Ed è questo che ottengo in cambio?
Arrivare a cinquant'anni e scoprire che mio marito non ha potuto fare a meno di infilare le mani nelle mutande di una ragazza come quella della Clairol?

Diglielo! strillò Carol. Fallo fermare sul ciglio della strada, fagli fare qualsiasi cosa che ti liberi, cambia una cosa, cambia tutto! Lo puoi fare: se sei riuscita a sollevare le gambe in quelle staffe, puoi fare qualsiasi cosa!
Ma non poteva fare niente, e tutto cominciò a ticchettare più in fretta. I due corvi satolli spiccarono il volo dal loro pranzo spiaccicato. Suo marito le chiese come mai stava seduta in quel modo, se era un crampo, e lei rispose: Sì, sì, un crampo alla schiena, ma stava passando. Le sue labbra blaterarono sul déjà vu come se non vi stesse affogando, e la Crown Vic avanzò come una di quelle sadiche macchine degli autoscontri di Revere Beach. Ecco la Palmdale Motors sulla destra. E sulla sinistra? Un cartello del teatro pubblico locale, una produzione di Naughty Manetta.
No, non è Manetta, è Maria. Maria, madre dì Gesù, madre di Dio, che
tende le mani...
Carol si mise d'impegno per dire a suo marito che cosa stava succedendo, perché al volante c'era il Bill giusto, e il Bill giusto poteva ancora ascoltarla.
L'amore coniugale consisteva proprio nell'essere ascoltati.
Non venne fuori nulla. Nella sua testa la nonna diceva: «Stanno arrivando
i giorni difficili». Nella sua testa una voce chiedeva a Floyd che cos'era quello, poi diceva: «Oh cazzo», e infine lo gridava: «Oh cazzo!»
Carol guardò il contachilometri e vide che non segnalava le velocità ma l'altitudine: erano a ottomilacinquecento metri e stavano scendendo. Bill le stava dicendo che non avrebbe dovuto dormire in aereo e lei stava rispondendo che aveva ragione.
C'era una casa rosa che si stava avvicinando, poco più di un bungalow, fiancheggiata da palme uguali a quelle che vedevi nei film sulla seconda guerra mondiale, le cui fronde incorniciavano i Learjet in avvicinamento con i loro mitragliatori fiammeggianti...
Fiammeggianti. Brucianti. All'improvviso la rivista che regge in mano si trasforma in una torcia. Santa Maria, madre di Dio, Maria, che storia è questa...
Oltrepassarono la casa. Il vecchio seduto sul portico li seguì con lo sguardo. Le lenti dei suoi occhiali privi di montatura scintillarono al sole.
Bill stabilì una testa di sbarco posandole una mano sul fianco. Disse qualcosa sul fatto che avrebbero potuto fare una pausa rinfrescante fra la calata del vestito e la risalita dei calzoncini e lei si disse d'accordo, anche se non sarebbero mai arrivati alla Palm House. Sarebbero andati avanti e avanti su quella strada, erano destinati alla Crown Vic e la Crown Vic era destinata a loro, per sempre e in eterno amen.
Il cartello successivo avrebbe annunciato: PALM HOUSE 3 KM. Più in là c'era quello che diceva che le Opere di Carità Madre Misecordiosa aiutavano i malati della Florida, e loro le avrebbero aiutate?
Ora che era troppo tardi, Carol cominciava a capire. Cominciava a scorgere la luce allo stesso modo in cui vedeva il sole subtropicale scintillare sull'acqua alla loro sinistra. Chiedendosi quanti torti aveva commesso nella sua vita, quanti peccati se si preferiva quel termine, di sicuro lo preferivano i suoi genitori e soprattutto sua nonna, peccato qua e peccato là e porta la medaglia fra quelle cose che crescono e che i ragazzi adocchiano. E anni dopo era rimasta distesa nel letto accanto al suo novello sposo nelle calde notti d'estate, sapendo che bisognava prendere una decisione, che l'orologio stava ticchettando, che il mozzicone di sigaretta stava bruciando, e ricordava di aver deciso senza dirglielo esplicitamente perché su certe corse potevi tacere.
Le prudeva la testa. Se la grattò. Scaglie nere le caddero vorticando davanti al volto. Sul cruscotto della Crown Vic il contachilometri si arrestò a quattromilaottocento metri e poi esplose, ma Bill non parve notarlo.
Ecco una cassetta delle lettere con un adesivo dei Grateful Dead sul davanti; ecco un piccolo cane nero con la testa abbassata intento a trotterellare, e Dio come le prudeva la testa mentre le scaglie nere aleggiavano nell'aria come pioggia radioattiva e il volto di Madre Teresa la guardava da un pezzo di carta.
LE OPERE DI CARITÀ MADRE MISERICORDIOSA AIUTANO I POVERI DELLA FLORIDA - E TU CI AIUTI?
Floyd. Cos'è quello? Oh cazzo.
Carol fa in tempo a vedere qualcosa di grosso. E a leggere la parola DELTA.
«Bill? Bill?»
La sua risposta, sufficientemente chiara ma ciò malgrado proveniente da oltre l'orlo dell'universo: «Cristo, tesoro, cos'hai nei capelli?»
Lei raccolse dal proprio grembo il resto carbonizzato del volto di Madre Teresa e lo porse alla vecchia versione dell'uomo che aveva sposato, l'uomo che aveva sposato e che scopava la segretaria, l'uomo che ciò malgrado l'aveva salvata da gente che pensava che avresti vissuto per sempre in Paradiso se soltanto avessi acceso abbastanza candele e indossato la giacca blu e recitato le rime appropriate mentre saltavi alla fune. Coricata accanto a quest'uomo, una sera d'estate mentre al piano di sopra la droga passava di mano e gli Iron Butterfly cantavano In-A-Gadda-Da-Vida per la miliardesima volta, gli aveva chiesto che cosa credeva che accadesse, insomma, dopo. Quando la tua parte nello spettacolo era finita. Lui l'aveva stretta fra le braccia, e dalla spiaggia lei aveva udito il frastuono del viale centrale del luna park e i tonfi dell'autoscontro, e Bill...
Gli occhiali di Bill gli si erano sciolti sul volto. Un occhio era fuoriuscito dall'orbita. La sua bocca era un foro sanguinolento. Negli alberi un uccello strideva, un uccello strillava, e Carol cominciò a gridare assieme a lui, reggendo davanti a sé il pezzetto di carta carbonizzato con il volto di Madre Teresa, urlando, guardando Bill mentre le sue guance diventavano nere e la fronte brulicava e il collo si squarciava come un gozzo avvelenato, e gridava, stava gridando, da qualche parte gli Iron Butterfly stavano cantando In-A-Gadda-Da-Vida e lei stava gridando.
«Carol?»
Era la voce di Bill, proveniente da un migliaio di chilometri di distanza.
La sua mano era posata su di lei, ma nel suo tocco c'era più preoccupazione che lussuria.
Carol aprì gli occhi e si guardò intorno nella cabina passeggeri del Lear
35 illuminata dal sole, e per un attimo capì tutto, nel modo in cui al risveglio si comprende il terribile significato di un sogno. Ricordò di avergli chiesto che cosa credeva che accadesse insomma, dopo, e lui aveva risposto che probabilmente ti accadeva quello che avevi sempre creduto ti accadesse, che se Jerry Lee Lewis pensava di finire all'Inferno per aver suonato il boogie-woogie, sarebbe finito proprio lì. Il Paradiso, l'Inferno o Grand Rapids, era una tua scelta, o di coloro che ti avevano insegnato in che cosa credere. Era il grande gioco di prestigio finale della mente umana: la percezione dell'eternità nel luogo in cui avevi sempre previsto di trascorrerla.
«Carol? Tutto bene, piccola?» In una mano Bill reggeva la rivista che stava leggendo, un numero del Newsweek con Madre Teresa in copertina.
«Santificazione subito?» diceva il titolo in caratteri bianchi.
Accade a quattromilaottocento metri, stava pensando lei guardandosi intorno agitata. Devo dirglielo, devo avvertirli.
Ma stava scomparendo, tutto quanto, come facevano sempre quelle sensazioni.
Se ne andavano come sogni, o zucchero filato che si dissolveva in una nebbiolina dolce appena sopra la lingua.
«Atterriamo? Di già?» Si sentiva sveglissima, ma la sua voce suonava densa e intorpidita.

«Veloce, eh?» disse lui, soddisfatto come se avesse pilolato lui stesso l'aereo e non avesse semplicemente pagato qualcuno per farlo. «Floyd dice
che arriveremo entro...»
«Chi?» chiese lei. Nella cabina passeggeri del piccolo velivolo faceva caldo, ma le sue dita erano fredde.
«Floyd. E dài, il pilota.» Bill mosse il pollice in direzione del sedile sinistro nella cabina di pilotaggio. Stavano penetrando in un velo di nubi. L'aereo cominciò a traballare. «Dice che arriveremo a Fort Myers entro venti minuti. Hai fatto un bel salto, ragazza mia. E prima ti lamentavi.»
Carol aprì la bocca per spiegare che era quella sensazione, quella che ha
un nome francese, qualcosa vu o vous, ma la sensazione stava evaporando e tutto ciò che disse fu: «Ho avuto un incubo».
Udì il segnale acustico con cui Floyd il pilota accendeva la spia luminosa delle cinture di sicurezza. Si voltò. Da qualche parte sotto di loro, ad aspettarli ora e per sempre, c'era un'automobile bianca della Hertz, una macchina da gangster, del tipo che i bravi ragazzi di un film di Martin Scorsese avrebbero probabilmente chiamato Crown Vic. Guardò la copertina della rivista, il volto di Madre Teresa, e d'un tratto ricordò quando saltava alla fune all'istituto Nostra Signora degli Angeli, quando saltava recitando una delle rime proibite, quando saltava scandendo quella che diceva: Ehi, Maria, che storia è questa, salvami le chiappe o in Cielo resta.
I giorni difficili stanno arrivando, le aveva detto sua nonna. Le aveva premuto la medaglia sulla mano, le aveva avvolto la catenella alle dita. I giorni difficili stanno arrivando.

 

 

 


«È un racconto sull'Inferno. Una versione dell'Inferno in cui sei condannato a fare sempre la stessa cosa. L'esistenzialismo, ragazzi, che concetto. Camus è desiderato al telefono. Esiste anche l'idea che l'Inferno siano gli altri. La mia è che potrebbe essere ripetizione.»
 

 

 

 

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Mi raccomando a voi: dovete firmare il vostro commento e indicare la discussione a cui vi riferite. Tipo qui, no, dovete scrivere:

Quella sensazione che si può dire soltanto in francese (o anche solamente "Stephen King" che non è che mò metto sul sito tutti i suoi racconti che poi mi sa che se la prende...),

commento commento,

Arinolfo.

Ok?

Naturalmente se a scrivere il commento è Arinolfo in persona. In caso contrario, è sufficiente cambiare il nome Arinolfo con il proprio.

 

 

Adesso puoi anche procedere in tutta onestà.


 

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