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Attilio

 

Mi trovo in pizzeria quando, d'un tratto, entra.

 

Catalizza l'attenzione di tutti: alcuni, soffocato un insano sorriso di scherno, volgono forzatamente lo sguardo altrove:

non ci fa caso.

 

Avrà una sessantina d'anni e sembra uscito da un romanzo: una folta chioma gli cinge la nuca, canuta, crespa, rada sopra la fronte; bizzarri baffi irridono chi lo osserva: irridono me; due occhi color ghiaccio, gelidi, glaciali, bellissimi, troppo per essere veri:

danno l'impressione di guardare in punti diversi, ma nessuno se ne accorge: nessuno ha il coraggio di fissarlo.

 

E poi, quella cosa: quella deformità: quell'ammasso di carne che emerge dalla sua spalla sinistra, vanamente nascosta dal cappuccio di una felpa. È un fardello: pesante. Pesante.

 

Si chiama Attilio, così dicono. Non parla: da quando è entrato se ne sta, silente, in un angolo, in attesa. La ragazza lo chiama al bancone e gli dà un pezzo di pizza: lui sorride: tenta: è impacciato, buffo:

più che un sorriso è un ghigno.

 

Dietro di lui, quella cosa si muove, si anima: ha fiutato: cibo. Si quieta al primo morso: si placa.

 

Sono un assassino, no no, sono un gabbiano.

 

Le sue mani sono sporche di sangue, insozzate da decine di assassini, da innumerevoli stupri; forgiate da violente risse; incise da affilati coltelli; manipolate da una coscienza sporca e violenta:

e prigioniera:

come quella cosa.

 

Sono un assassino, no no, sono un gabbiano.

 

Le sue ali sono bianche; ampie; alleggerite da innumerevoli voli; scolpite dalla violenza delle correnti d'aria; guidate da una coscienza più alta e più bella:

e più libera:

come il gabbiano nascosto da quella cosa.

 

D'un tratto esce dalla pizzeria: il mio sguardo lo segue attraverso la vetrata. Sale sul muretto posto a margine della strada: allarga le braccia ad abbracciare tutta la vallata.

 

E sorprenderà, ma Attilio sa volare per davvero.

 

Bernini: Apollo e Dafne (1621-1623)

 

 

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