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La pasquetta del villaggio

 

La mia macchinina rossa fiammante

La mia macchinina nuova, nera fiammante

 

Era un festante dì: sole: caldo: aria pulita: tanta allegria: e la mia macchina nuova nera fiammante.

Era un dì di pasquetta.

Uno di quei giorni in cui pensi che, sì, tutto va a meraviglia e credi che, no, niente e nessuno potrà rovinare la piacevole giornata.

L’allegra brigata si accingeva a trascorrere il dì di pasquetta con la stessa trepidazione con cui il passero solitario soleva, un tempo, accingersi a trascorrere il sabato del villaggio, quando i suoi occhi sarebbero stati attraversati dal devastante lampo di bellezza di A Silvia e nell’infinito notturno si sarebbe sparso il canto nostalgico di un pastore errante. Con altrettanta devastazione, i fanali della mia macchina nuova nera fiammante sarebbero, ben presto, stati attraversati dal lampo di devastante bellezza di un beduino pastore errante.

Il ritrovo in quel di piazza Santa Restituta sembrava promettere bene: l’unico puntuale, tal Fabio Rea, era stato costretto dall’abile malìa di uno stregone d’amore a tornarsene alla casa per poi, quindi, portare un ritardo di svariate mezz'ore.

Nel mentre, gli altri puntualissimi ritardatari se la godevano e se la ridevano di fronte alle comiche bizze di una fanciulla meditabonda, certa Rita Nicoletti, che filosofeggiava sull’ambiguità del termine “puntualità” e si accigliava allorché il tipico Roberto Stasolla le faceva notare che il culo le si notava.

Contemporaneamente, un ermo vichingo discorreva di cucina e ricette col suo Tacito fido scudiero (che poi sarei io), e con la sua barbara ragazza la quale non perdeva occasione di irridere la filosofa sopra menzionata e l’abile compagnera, un poco spaccaminchia, dal crine rossastro.

Un folto gruppo di coppie di anziani trepidabondi farfugliavano gorgheggi, e rimasugli di parole rimanevano incastrati nelle viscere delle loro dentiere.

L’anonima cristiana, da tempo più non facente parte del gruppo, si era intrufolata con trafugata astuzia e cercava di esaltare la bravura del suggeritore.

Lui, l’errabondo, dispensava sorrisi e sguardi ammaliatori, a destra e a manca mi verrebbe da dire e addirittura da scrivere.

Si attendeva, vanamente, l’arrivo dell’affidabilino che, a tutto voler concedere, dolosamente procrastinava la sua veglia di mezz’ora in mezz’ora.

Allo stesso tempo, l’uomomauro in dolce e fulgida compagnia vagava da un benzinaio all’altro alla ricerca di un po’ d'aria, aria che poi trovò, non si sa come, alla casa sua: aria che, evidentemente, come mostraron gli accadimenti successivi, era forse un po’ malsana.

Era proprio un festante dì di pasquetta, la pasquetta del Signore, che tutti rende felici e spensierati, e la mia nuova macchina nera fiammante splendeva di splendido splendore.

La carovana s'incamminava per la fossa maggiore, al seguito di un esperto e tentennante uomomauro, preceduta dai simpatici vegliardi che di lì a poche ore avrebbero dovuto ritirarsi in ospizio.

Dopo un paio di false partenze, seguite da almeno un paio di falsi arrivi, allegri e festanti, al ricordo delle mirabolanti imprese del nomade guerriero in tempi andati inerpicatosi tra fratte e frattaglie, ci appropinquavamo nel loco natio di violenze e deliri.

Il tipico Stasolla, forse veggente forse no, spostava il suo calesse da Sud a Nord e poi da Nord a Sud e infine a Nord ma non a Sud, lasciando spazio proprio a Sud perché parcheggiassi la mia nuova carrozza nera fiammante, fulgente di fulgido fulgore.

Il dì era festante: il sole cocente: l’aria invitante: e il prato sconfinante.

E su quel prato sconfinato iniziavano gli amici ad impratichirsi con lo spirito usueto della Pasquetta, ispirato a sani principi di violenza e poca mansuetudine.

Un gioco venìa proposto a rinnovare una secolare tradizione che voleva che nel dì di pasquetta si giocasse tutti insieme a “Mohicani” e che lo zingarello contadino fosse il primo dei Mohicani e non già l’ultimo.

Il guizzante beduinoEra, “Mohicani”, un gioco di formidabile astuzia guerriera, di notevole sagacia bellica, di aggressiva iniziativa battagliesca: il guizzante Jeune Premier, che per l’occasione non poteva essere l’uomomauro, doveva catturare ad uno ad uno i bellicosi e sfuggevoli compari, sollevarli da terra e, indi, farseli alleati contro la massa borbonica che, nel frattempo, fuggìa da una parte all’altra cercando di evitare il manesco guascone.

Gioco facile aveva lo sgusciante orsacchiotto col puntuale ritardatario, quel tal Fabio Rea che, in seguito, narrava di mirabolanti doti sollevatrici dell’animaletto lavatore.

Ben più difficile era, tuttavia, per lo scalpitante uomostalla avere la meglio sull’uomomauro che per l’occasione aveva indossato i panni di un pappaccio.

Ruspava e ruzzava l’uomomauro, gravido di panico furore all’udir l’urlo selvaggio e recalcitrante del velocipede avversario: per il prato sconfinato i due preistorici compagni se ne andavano come nel mare l’uno frustasse il sedere dell’altro con il proprio costume bagnato.

Era sconfinato il prato e sconfinato l’ardore dell’uomomauro che brillanteggiò nell’individuare un pertugio, unico angolo indifeso dell’indefesso nemico.

Era un pertugio che, dalle possenti querce del buzzurro, si stendeva e giungeva a sfiorare la dolce, ondulata fiancata della mia nuova macchina nera fiammante.

Come un ossesso, il furbo pappaccio, chiudendo gli occhi dal terrore e pregando il suo dio gallinaccio, si gettava a capofitto nel pertugio e, incurante dell’abilissima presa del lestofante, continuava nella sua corsa ad imitare il sagace pennuto.

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Bivio.

Siamo giunti al bivio di questa storia. I lettori dovranno votare per una delle due conclusioni qui sotto proposte.

a) Volete che Giovanni Tomaselli sbatta contro la povera macchinina di Attilio e ne esca indenne, al contrario della stessa macchinina? Votate A.

Oppure.

b) Volete che Giovanni Tomaselli sbatta contro la povera macchinina di Attilio e sia la macchinina ad uscirne indenne? Allora votate B.

 

Di seguito viene narrata la conclusione della storia secondo la naturale preferenza espressa dai lettori.

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Come un ossesso, il furbo pappaccio, chiudendo gli occhi dal terrore e pregando il suo dio gallinaccio, si gettava a capofitto nel pertugio e, incurante dell’abilissima presa del lestofante, continuava nella sua corsa ad imitare il sagace pennuto.

Il civettuolo compare, deciso a non mollare la presa come un molosso l’osso, metteva inavvertitamente un piede, anzi ambedue, in fallo ed iniziava il suo volo radente all’inseguimento della gallinaccia.

A quel punto, però, tra i suoi denti ed il succoso osso si frapponeva la mia nuova macchina nera fiammante: dalla parte inferiore dello sportello posteriore fuoriuscivano lame rotanti e laser taglienti che affettavano l’affettato mascalzone facendo carne di porco e sangue di gallinaccio.

Solo alcune minuscole macchie di sangue insozzavano la sfolgorante carrozzeria della mia nuova macchina nera fiammante e tutt’intorno un coro di prefiche accompagnava i due eterni rivali d’amore nell’ultimo viaggio in quella eterna valle di lacrime.

Era stato un festante dì: sole: caldo: aria pulita: tanta allegria: e la mia macchinina nuova nera fiammante.

Era stato un festante dì di pasquetta.

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Così avete voluto che la storia finisse.

Purtroppo, come sappiamo, la storia è andata ben diversamente e, di seguito, sono quindi costretto a narrare la vera conclusione di una triste storia di pasquetta.

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Come un ossesso, il furbo pappaccio, chiudendo gli occhi dal terrore e pregando il suo dio gallinaccio, si gettava a capofitto nel pertugio e, incurante dell’abilissima presa del lestofante, continuava nella sua corsa ad imitare il sagace pennuto.

Il civettuolo compare, deciso a non mollare la presa come un molosso l’osso, metteva inavvertitamente un piede, anzi ambedue, in fallo e iniziava il suo volo radente all’inseguimento della gallinaccia.

A quel punto, però, tra i suoi denti ed il succoso osso si frapponeva la mia nuova macchina nera fiammante: sulla parte inferiore dello sportello posteriore si infrangeva l’affettato mascalzone, facendo carne di macchinina e sangue di carrozzeria.

L’impatto era tremendo: chi v’era narra di una “botta immane”, come se la mia macchinina fosse stata presa da una più prepotente macchina altrui.

Come un elefante si fosse poggiato sulla nobile vettura per grattugiarsi il nobile deretano. Ma minor danno probabilmente avrebbe fatto.

Il cratere maggioreNotevoli crateri insozzavano, ora, la carrozzeria della mia macchinina ancora nuova, eppur già tanto vecchia, nera come la pece, opaca come la brace, e tutt’intorno un coro di satiri e baccanti accompagnava l’evento, tra risate pazzesche che giungevano sino allo sfinimento dei più simpatici vegliardi e dei degni compari, mentre il povero me inondava di lacrime quell’eterna valle di lacrime.

Chi per ilarità, chi per mal di pancia susseguente a ilarità, chi per fortissimo dolore, piangevamo un po’ tutti, quando, nel tripudio di conati di riso e incredulità, risorgeva il Giovanni Tomaselli che testualmente recitava: “Mauro, e che cazzo vaffanculo! Non si fa così, però!”

Tutti, non solo l’uomomauro, ci chiedevamo cosa “non si facesse così”, e proprio non riuscivamo a capire perché la colpa del volo radente infranto sui sogni di una povera automobilina dovesse attribuirsi all’allegro, ma innocuo, pappaccio.

Il cratere minorePappaccio che, peraltro, cercava di rincuorare il povero me prima facendomi notare un cratere di gran lunga maggiore di quello che avevo inizialmente notato, e poi dicendomi che tutto si poteva risolvere attraverso la mediazione di altre botte date simmetricamente da un certo Aurelio che ben sapeva come trattare quelle situazioni.

Era stato un triste dì: sole: caldo: aria pulita: tanta allegria: e la mia macchinina ancora nuova, eppur già tanto vecchia, nera come la pece, opaca come la brace.

Era stato un triste dì di pasquetta.

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Svegliommi di soprassalto l’orribile incubo descritto a partire dal bivio A, e tutto sudato nel lettuccio di casa mia pensavo alla mia macchinina nuova nera fiammante tranquillamente parcheggiata in garage, al sicuro, e sorridevo all’incredibile sogno che avevo fatto e che aveva visto l’inerme corpo umano trionfare di fronte alla solida carcassa della mia prode macchinina.

E tutto eccitato pensavo alla splendida giornata che mi attendeva.

Sarebbe stato un festante dì: sole: caldo: aria pulita: tanta allegria: e la mia macchinina nuova, nera fiammante.

Sarebbe stato un festante dì di pasquetta (?).

 

Il simpatico lestofante

Il simpatico lestofante

 

 

Commenti

 

"ghghgh.... ma quello è Cumpa' Juan???"

 

"Giuwa! si'è j'è mej!!!"

 

 

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