Nel 1898 Anton Pavlovic Ĉechov scrisse "L'uvaspina", secondo di tre racconti (gli altri due erano: "L'uomo nell'astuccio" e "Sull'amore") con lo stesso luogo d'azione e gli stessi personaggi. Essi rappresentavano quasi un proemio a quel romanzo che molti si aspettavano da lui ma che non avrebbe mai scritto.
Quando decidemmo il nome della nostra associazione, ancora non conoscevamo il racconto dell'autore russo.
Una volta letto, lo abbiamo trovato molto bello e, soprattutto, abbiamo individuato molti punti straordinariamente vicini allo spirito dell'associazione.
Una coincidenza.
Peraltro, ancora prima di scoprire che Ĉechov aveva scritto un racconto intitolato "L'uvaspina", con il gruppo di teatro avevamo iniziato lo studio de "Il gabbiano", una delle principali opere teatrali dello scrittore.
Forse più di una coincidenza.
Di coincidenza in coincidenza, ci è parso naturale introdurre il sito con una pagina dedicata al racconto "L'uvaspina" la cui lettura, probabilmente meglio di ogni altra considerazione, permetterà al lettore di percepire lo spirito dell'Associazione UvaSpina.
L'uvaspina
di Anton Pavlovic Ĉechov
Fin dal primo mattino il cielo era tutto coperto di nuvoloni da pioggia; non c'era vento, non faceva caldo e ci si annoiava, come succede nelle giornate grigie coperte, quando sopra i campi da tempo incombono i nuvoloni, si aspetta la pioggia, ma non viene. Il veterinario Ivàn Ivànyc e l'insegnante di ginnasio Bùrkin erano ormai stanchi di camminare, e i campi si presentavano a loro infiniti. Davanti in lontananza si vedevano appena i mulini a vento del villaggio di Mironósickij, a destra si estendeva e poi scompariva ben oltre il villaggio una serie di colline, e sapevano tutti e due che era la riva del fiume, là ci sono prati, salici verdi, tenute, e a stare in piedi su una delle colline, di là si vedono campi altrettanto enormi, il telegrafo e il treno, che da lontano assomiglia a un millepiedi strisciante, mentre quando il tempo è limpido di là si vede perfino la città. Ora, senza vento, che tutta la natura sembrava mansueta e pensierosa, Ivàn Ivànyc e Bùrkin erano intrisi d'amore per questi campi e pensavano tutti e due a quanto è grande, quanto è bello questo paese.
«La volta scorsa, quando eravamo nel capannone dal c-povillaggio Prokófij» disse Bùrkin «stavate per raccontare una storia.» «Sì, quella volta volevo raccontare di mio fratello.» Ivàn Ivànyc fece un sospiro protratto e si accese la pipa per cominciare a raccontare, ma proprio in quel momento cominciò a piovere. E dopo cinque o dieci minuti scrosciava già una pioggia forte, scura, ed era difficile prevedere quando sarebbe cessata. Ivàn Ivànyc e Bùrkin si fermarono perplessi; i cani, già bagnati, erano fermi, con la coda tra le gambe, e li guardavano commossi.
«Bisogna che ci ripariamo da qualche parte» disse Bùrkin. «Andiamo da Alèchin. E' qui vicino.»
«Andiamo.»
Svoltarono da una parte e camminarono sempre per i campi falciati, ora dritti, ora portandosi a destra, finché non sbucarono sulla strada. Presto comparvero i pioppi, il giardino, poi i tetti rossi dei granai; scintillò il fiume e si scoprì la vista sul largo tratto di fiume con il mulino e il casotto bianco dei bagni. Era Sóf' ino, dove abitava Alèchin.
Il mulino funzionava, coprendo con il suo rumore quello della pioggia; la diga tremava. Qui accanto ai carri c'erano i cavalli bagnati, a testa bassa, e camminavano uomini coperti dai sacchi. Era umido, fangoso, poco confortevole, e il tratto di fiume aveva un'aria fredda, maligna. Ivan Ivànyc e Bùrkin provavano già un senso di bagnato, sporcizia, disagio in tutto il corpo, i piedi erano appesantiti dal fango, e mentre, attraversando la diga, salivano verso i granai padronali, stavano zitti, come se fossero arrabbiati uno con l'altro.
In uno dei granai si sentiva il rumore del vaglio; la porta era aperta, e ne usciva la polvere. Sulla soglia c'era Alèchin in persona, un uomo sulla quarantina, alto, robusto, con i capelli lunghi, simile più a un professore o a un artista che a un proprietario terriero. Aveva addosso una camicia bianca che non lavava da un pezzo e una cintura di corda, al posto dei pantaloni aveva dei mutandoni, e anche sui suoi stivali erano appiccicati fango e paglia. Il naso e gli occhi erano neri di polvere. Riconobbe Ivàn Ivànyc e Bùrkin e, evidentemente, se ne rallegrò molto.
«Favorite, signori, in casa» disse, sorridendo. «Vengo subito, fra un momento.»
La casa era grande, su due piani. Alèchin abitava di sotto, in due stanze a volta con finestrelle dove un tempo abitavano i fattori; c'era un arredamento semplice, e odore di pane di segale, di vodka da poco prezzo e di finimenti. Invece di sopra, nelle stanze di rappresentanza, andava di rado, solo quando venivano ospiti. A Ivàn Ivànyc e Bùrkin andò incontro una cameriera, una donna giovane, così bella che si fermarono tutti e due insieme e si scambiarono un'occhiata.
«Non potete immaginare quanto sia contento di vedervi, signori» disse Aléchin, entrando in anticamera dietro di loro. «Non me l'aspettavo proprio! Pelagéja,» si rivolse alla cameriera «date agli ospiti qualcosa per cambiarsi. Già che ci sono, mi cambierò anch'io. Solo che prima bisogna che vada a lavarmi, perché mi sa che non mi lavo da questa primavera. Non volete, signori, andare al casotto dei bagni, mentre qui preparano?»
La bella Pelagéja, così delicata e di aspetto tanto dolce, portò le lenzuola e il sapone, e Aléchin andò con gli ospiti al casotto dei bagni.
«Sì, non mi lavavo da un pezzo» disse, spogliandosi. «Il mio casotto dei bagni, come vedete, è bello, l'ha costruito ancora mio padre, ma di lavarmi non so perché non ho mai tempo.»
Si sedette sul gradino e si insaponò i capelli lunghi e il collo, e l'acqua intorno a lui divenne marrone.
«Sì, devo ammettere...» disse Ivàn Ivànyc con aria significativa, guardandogli la testa.
«Non mi lavavo da un pezzo...» ripeté Aléchin confuso e si insaponò ancora una volta, e l'acqua intorno a lui si fece blu scura come inchiostro.
Ivàn Ivànyc uscì all'esterno, si buttò nell'acqua con fragore e nuotò sotto la pioggia con ampie bracciate, e da lui venivano onde, e sulle onde ondeggiavano gigli bianchi; nuotò fino alla metà del tratto di fiume e si immerse, e dopo un minuto emerse in un altro punto e nuotò oltre, e continuava a immergersi, cercando di raggiungere il fondo. «Ah, Dio mio...» ripeteva, goduto. «Ah, Dio mio...» Nuotò fino al mulino, là parlò di qualcosa con i mugìki e tornò indietro, e a metà del tratto si sdraiò, esponendo la faccia alla pioggia. Bùrkin e Aléchin si erano già vestiti e stavano per andare, lui invece continuava a nuotare e a immergersi.
«Ah, Dio mio...» diceva. «Ah, che il Signore mi perdoni.»
«Basta!» gli gridò Bùrkin.
Tornarono a casa. E solo quando nel grande salotto di sopra accesero la lampada, e Bùrkin e Ivàn Ivànyc, vestiti con vestaglie di seta e pantofole calde, si sedettero in poltrona, e lo stesso Aléchin, lavato, pettinato, con una finanziera nuova, passeggiava per il salotto, evidentemente sentendo con piacere il caldo, il pulito, il vestito asciutto, le calzature leggere, e quando la bella Pelagéja, camminando senza far rumore sul tappeto e sorridendo dolce, servì sul vassoio il tè con la marmellata, solo allora Ivàn Ivànyc si mise a raccontare, e sembrava che lo ascoltassero non solo Bùrkin e Aléchin, ma anche signore vecchie e giovani e militari che guardavano tranquilli e austeri dalle cornici d'oro.
«Siamo due fratelli,» cominciò «io, Ivàn Ivànyc, e un altro, Nikolàj Ivànyc, di un paio d'anni più giovane. Io ho scelto lo studio, sono diventato veterinario, mentre Nikolàj fin dai diciannove anni lavora all'ufficio regionale del Tesoro. Nostro padre Cimsa-Gimalàjskij aveva cominciato da soldato semplice ma, promosso ufficiale, ci ha lasciato la nobiltà ereditaria e un piccolo possedimento. Dopo la sua morte il possedimento ci è stato sequestrato per debiti ma, comunque sia, abbiamo passato l'infanzia in campagna, liberi. Noi, tali quali figli di contadini, passavamo giorni e notti nei campi, nei boschi, guardavamo i cavalli, raccoglievamo la corteccia dei tigli, prendevamo i pesci con le mani, e via di questo passo... E, voi sapete, chi anche solo una volta nella vita ha preso un'acerina o ha visto d'autunno i tordi migratori, che nelle giornate limpide, fredde, si spostano a stormi sopra la campagna, quello non è più un cittadino, e fino alla morte sarà attratto dalla libertà. Mio fratello all'ufficio del Tesoro pativa la nostalgia. Passavano gli anni, e lui era sempre allo stesso posto, scriveva le stesse carte e pensava sempre alla stessa cosa: come sarebbe bello andare in campagna. E questa nostalgia a poco a poco gli si è riversata in un desiderio preciso, nel sogno di comprarsi una piccola tenuta da qualche parte sulla riva di un fiume o di un lago.
«Era un uomo buono, mansueto, gli volevo bene, ma questo desiderio di chiudersi per tutta la vita nella sua tenuta non l'ho mai condiviso. Si usa dire che un uomo ha bisogno solo di due metri di terreno. Ma due metri sono necessari a un cadavere, non a un uomo. E ora dicono anche che, se la nostra intellighenzia è attratta dalla terra e va a stare nei possedimenti, è una buona cosa. Ma questi possedimenti sono sempre due metri di terreno. Andarsene dalla città, dalla lotta, dal rumore quotidiano, andarsene e nascondersi nella propria tenuta: non è vita, è egoismo, pigrizia, è monachesimo sui generis, ma monachesimo senza eroismo. All'uomo non servono due metri di terreno, non una tenuta, ma tutto il globo terrestre, tutta la natura, dove nello spazio possa sperimentare tutte le proprietà e tutte le peculiarità del proprio spirito libero.
«Mio fratello Nikolàj, seduto nel suo ufficio, sognava di mangiare la minestra fatta con i propri cavoli, che produce un profumo tanto gustoso per tutto il cortile, di mangiare sull'erbetta verde, di dormire al sole, di starsene per ore intere fuori del portone su una panca e guardare i campi e il bosco. I libri d'agricoltura e i vari consigli sui calendari erano la sua gioia, il suo cibo spirituale preferito; gli piaceva leggere anche i giornali, ma vi leggeva solo gli annunci di vendita di tot ettari di terreno arabile e prati con una casa, un fiume, un giardino, un mulino, con laghetti d'acqua non stagnante. E nella testa immaginava sentierini in giardino, fiori, frutti, casette per gli storni, carassi nei laghetti e, sapete, tutte cose del genere. Questi quadri immaginari erano diversi, a seconda degli annunci che gli capitavano, ma chissà perché in tutti c'era immancabilmente l'uvaspina. Nemmeno una tenuta, nemmeno un angolo poetico poteva immaginarlo senza che ci fosse l'uvaspina.
«"La vita di campagna ha le sue comodità" diceva certe volte. "Te ne stai sulla terrazza, bevi il tè, mentre nel laghetto le tue anatre nuotano, c'è un odore così buono e... e cresce l'uvaspina."
«Disegnava la piantina del suo possedimento, e ogni volta nella piantina gli veniva lo stesso: a) la casa padronale; b) la casa della servitù; c) l'orto; d) l'uvaspina. Viveva da tirchio: stava indietro nel cibo, stava indietro nel bere, si vestiva sa Dio come, come un pezzente, e continuava a mettere via e depositare in banca. Era spaventosamente avido. Mi faceva male guardarlo, e io gli davo qualcosa e glielo mandavo per le feste, ma lui metteva via anche quello. Se un uomo si fissa con un'idea, non c'è niente da fare.
«Gli anni passavano, l'hanno trasferito in un'altra regione, aveva compiuto quarant'anni, ma continuava a leggere gli annunci sui giornali e a mettere via. Poi, sento, si è sposato. Sempre con lo stesso scopo, di comprarsi una tenuta con l'uvaspina, aveva sposato una vedova vecchia, brutta, senza nessun sentimento, ma solo perché aveva dei bei soldi. Anche con lei viveva da tirchio, le faceva fare la fame, e i soldi di lei li metteva in banca a proprio nome. Prima era stata sposata con un maestro di posta e con lui si era abituata a tortini salati e vodke aromatizzate, ma con il secondo marito nemmeno di pane nero ne vedeva abbastanza; una vita del genere l'ha fatta indebolire e dopo due o tre anni ha pensato bene di rendere l'anima a Dio. E naturalmente mio fratello non ha pensato nemmeno per un attimo di essere colpevole della sua morte. I soldi, come la vodka, fanno dell'uomo un bislacco. Nella nostra città è morto un mercante. Prima di morire ha ordinato di servirgli del miele e si è mangiato tutti i soldi e i biglietti della lotteria insieme con il miele, perché non ne rimanesse a nessuno. Un giorno alla stazione stavo guardando le mandrie, e in quel momento un mercante di cavalli è caduto sotto una locomotiva e s'è mozzato una gamba. Lo portiamo al pronto soccorso, scorre il sangue, una cosa spaventosa, e lui continua a chiedere che gli si cerchi la gamba, e continua a preoccuparsi; nello stivale della gamba mozzata aveva venti rubli, che non andassero perduti.»
«Quest'aria però non è della stessa opera» disse Bùrkin.
«Dopo la morte della moglie» continuò Ivàn Ivànyc, dopo averci pensato mezzo minuto «mio fratello ha cominciato a cercarsi un possedimento. Naturalmente, puoi cercare anche per cinque anni, ma alla fine ti sbagli comunque e non compri certo quello che hai fantasticato. Mio fratello Nikolàj per mezzo di un agente, con un'ipoteca, si è comprato centododici ettari con la casa padronale, la casa per la servitù, il parco, ma né il frutteto, né l'uvaspina, né i laghetti con le anatre; c'era un fiume, ma l'acqua aveva il colore del caffè, perché da una parte del possedimento c'era una fabbrica di mattoni, e dall'altra un forno crematorio. Ma il mio Nikolàj Ivànyc si è rattristato poco; ha ordinato venti cespugli d'uvaspina, li ha piantati e si è messo a fare la vita del proprietario.
«L'anno scorso sono andato a trovarlo. Vado, penso, guardo come va e cosa c'è. Nelle sue lettere mio fratello chiamava il suo possedimento così: "Deserto di Cumbaróklov, ossia Gimalàjskoe". Sono arrivato a "ossia Gimalàjskoe" dopo mezzogiorno. Faceva caldo. Dappertutto fossi, palizzate, recinti, abeti piantati in file: e non sai come entrare nel cortile, dove mettere il cavallo. Vado verso la casa, ma mi viene incontro un cane fulvo, grosso, che sembra un maiale. Ha voglia di abbaiare, ma è pigro. È uscita dalla cucina la cuoca, a piedi nudi, grossa, anche lei sembrava un maiale, e ha detto che il bàrin stava riposando dopo pranzo. Entro da mio fratello, è seduto sul letto, le ginocchia sotto una coperta; è invecchiato, ingrassato, inflaccidito; le guance, il naso e le labbra sono protese in avanti: sembra quasi che grugnisca nella coperta.
«Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto di gioia all'idea mesta che un tempo eravamo giovani, e ora abbiamo tutti e due i capelli bianchi ed è ora di morire. Si è vestito e mi ha portato a mostrarmi il suo possedimento.
«"Beh, come ci si sta?" ho domandato.
«"Così, grazie a Dio, me la passo bene."
«Non era più il povero impiegato timido di una volta,
ma un vero proprietario, un bàrin. Si era ormai ambientato qui, si era abituato e ci aveva preso gusto; mangiava molto, si lavava nel bagno, ingrassava, aveva già fatto causa alla società e a entrambe le fabbriche e si offendeva molto quando i mugìki non lo chiamavano "vostra alta nobiltà". Anche della sua anima si preoccupava con forza, da bàrin, e le buone azioni le compiva in modo non semplice, ma con importanza. E quali buone azioni? Curava i mugìki da tutte le malattie con la soda e l'olio di ricino e il giorno del suo onomastico faceva celebrare in mezzo al villaggio una funzione di ringraziamento, e poi distribuiva mezzo secchio di vodka, pensava che fosse necessario. Ah, questi terribili mezzi secchi! Oggi il grasso proprietario trascina i mugìki dal capo dello zemstvo perché gli hanno calpestato i prati, e domani, giorno solenne, distribuisce loro mezzo secchio di vodka, e loro bevono e gridano "urrà", e ubriachi gli s'inchinano ai piedi. Il cambiamento della vita per il meglio, la pancia piena, l'ozio sviluppano nell'uomo russo la superbia, la più sfacciata. Nikolàj Ivànyc, che un tempo all'ufficio del Tesoro aveva paura anche solo di avere idee sue, ora non faceva che dettare agli altri il verbo, e con il tono di un ministro: "L'istruzione è necessaria, ma per il popolo è prematura", "le punizioni corporali in complesso sono nocive, ma in certi casi sono utili e insostituibili".
«"Conosco il popolo e so come trattarlo" diceva. "Il popolo mi vuole bene. Mi basta muovere un dito, e per me il popolo fa tutto quello che voglio."
«E tutto questo, notate, veniva detto con un sorriso intelligente, buono. Una ventina di volte ha ripetuto: "noi nobili", "io, in quanto nobile"; evidentemente non si ricordava più che nostro nonno era un mugìk, e papà un soldato. Perfino il nostro cognome Cìmsa-Gimalàjskij, fondamentalmente assurdo, ora gli sembrava altisonante, aristocratico e molto piacevole.
«Però il punto non è lui, ma sono io. Voglio raccontarvi il cambiamento che è avvenuto in me in queste poche ore in cui sono stato nel suo possedimento. La sera, mentre bevevamo il tè, la cuoca ha servito a tavola un piatto pieno d'uvaspina. Non era comprata, ma proprio l'uvaspina sua, raccolta per la prima volta da quando erano stati piantati i cespugli. Nikolàj Ivànyc sorrideva e per un attimo ha guardato l'uvaspina, in silenzio, con le lacrime, non riusciva a parlare dall'agitazione, poi s'è messo in bocca un chicco, mi ha lanciato un'occhiata con la solennità di un bambino che finalmente ha ricevuto il giocattolo preferito, e ha detto:
«"Com'è gustosa! "
«E mangiava con avidità e continuava a ripetere:
«"Uh, com'è gustosa! Assaggia!"
«Era dura e aspra ma, come ha detto Pùskin, "delle tenebre delle verità a noi è più caro l'inganno che ci eleva".
Vedevo un uomo felice, il cui sogno segreto si era realizzato con tanta evidenza, che aveva raggiunto un obiettivo nella vita, aveva avuto quello che voleva, che era soddisfatto del proprio destino, di se stesso. Alle mie idee sulla felicità dell'uomo chissà perché si è sempre unito qualcosa di malinconico, e ora, alla vista di un uomo felice, si è impadronito di me un sentimento pesante, prossimo alla disperazione. Particolarmente pesante era di notte. Mi avevano fatto il letto nella camera accanto a quella di mio fratello, e sentivo che non dormiva e si alzava e si avvicinava al piattino dell'uvaspina e ne prendeva un chicco. Ragionavo: però, quanti uomini soddisfatti, felici! Che forza opprimente. Date un'occhiata a questa vita: sfacciataggine e ozio dei forti, ignoranza dei deboli, a somiglianza delle bestie, intorno una povertà impossibile, angustia, degenerazione, ubriachezza, egoismo, menzogna... Invece in tutte le case e nelle vie c'è silenzio, tranquillità; su cinquantamila abitanti della città nemmeno uno che lanci un grido, che faccia la voce grossa. Vediamo quelli che vanno al mercato per comprare cibo, di giorno mangiano, di notte dormono, che dicono solo sciocchezze, si sposano, invecchiano, trascinano al camposanto tranquilli i loro defunti; ma non vediamo e non sentiamo quelli che soffrono, e quello che fa paura nella vita succede in qualche angolo dietro le quinte. Tutto è silenzioso, tranquillo, e protestano solo le statistiche mute: tot sono usciti di senno, sono stati bevuti tot secchi di vodka, tot bambini sono morti di fame... E questo andamento, evidentemente, è necessario; evidentemente chi è felice si sente bene solo perché gli infelici portano il loro fardello in silenzio, e senza questo silenzio la felicità sarebbe impossibile. È ipnosi di massa. Bisogna che dietro la porta di ogni uomo soddisfatto, felice, ci stia qualcuno con un martellino a ricordargli di continuo battendo che ci sono gli infelici, che per quanto lui sia felice, la vita presto o tardi gli mostrerà le unghie, una disgrazia succederà: una malattia, la miseria, una perdita, e nessuno lo vedrà né lo sentirà, come ora lui non vede e non sente gli altri. Ma l'uomo con il martelletto non c'è, il felice se la passa bene, e le piccole preoccupazioni quotidiane lo agitano lievemente, come il vento le tremole: e tutto va bene.
«Quella notte ho capito che anch'io ero soddisfatto e felice» continuò Ivàn Ivànyc, alzandosi. «Anch'io a pranzo e a caccia trinciavo giudizi su come vivere, come credere, come governare il popolo. Anch'io dicevo che lo studio è luce, che l'istruzione è necessaria, ma per la gente semplice per ora è sufficiente saper leggere e scrivere. La libertà è un bene, dicevo, non se ne può fare a meno, come dell'aria, però bisogna aspettare. Sì, dicevo questo, mentre ora mi chiedo: aspettare in nome di cosa?» domandò Ivàn Ivànyc, guardando arrabbiato Bùrkin. «Aspettare in nome di cosa, vi chiedo? In nome di quali considerazioni? Mi dicono che non si fa tutto in una volta, che ogni idea si realizza a poco a poco nella vita, a suo tempo. Ma chi lo dice? Dove sono le prove che è giusto? Voi vi rifate all'ordine naturale delle cose, alla legittimità dei fenomeni, ma esiste ordine e legittimità nel fatto che io, uomo vivente, pensante, stia sopra un fosso e aspetti che si riempia da solo o si riempia di limo, mentre magari potrei saltarlo o costruirci sopra un ponte? E di nuovo, aspettare in nome di cosa? Aspettare di non avere più la forza di vivere, e invece è necessario vivere e ho voglia di vivere!
«Allora di mattina presto me ne andai via da mio fratello, e da allora per me è stato insopportabile stare in città. Mi opprimono il silenzio e la tranquillità, ho paura a guardare dalla finestra, perché per me non c'è spettacolo più pesante di una famiglia felice seduta intorno a un tavolo a bere il tè. Sono ormai vecchio e non sono più adatto alla lotta, non sono nemmeno più capace di odiare. Mi sento solo mortificato spiritualmente, mi indispongo, mi stizzisco, di notte la testa mi arde per l'afflusso di pensieri, e non riesco a dormire... Ah, se fossi giovane!»
Ivàn Ivànyc si mise a camminare agitato da un angolo all'altro e ripeté:
«Se fossi giovane!»
D'un tratto s'avvicinò ad Alèchin e si mise a stringergli ora una mano, ora l'altra.
«Pàvel Konstantìnyc,» disse con voce supplichevole «non tranquillizzatevi, non lasciatevi addormentare! Finché siete giovane, forte, baldanzoso, non cessate di fare del bene! La felicità non c'è e non deve esserci, e se nella vita c'è un senso e uno scopo, questo senso e questo scopo non stanno affatto nella nostra felicità, ma in qualcosa di più ragionevole e grande. Fate del bene!»
E tutto questo Ivàn Ivànyc lo diceva con un sorriso pietoso, supplichevole, come se chiedesse personalmente per sé.
Poi tutti e tre si sedettero in poltrona, in punti diversi del salotto, e rimasero zitti. Il racconto di Ivàn Ivànyc non aveva soddisfatto né Bùrkin né Alèchin. Mentre dalle cornici d'oro guardavano generali e signore che al crepuscolo sembravano vivi, ascoltare il racconto del povero impiegato che mangiava l'uvaspina era noioso. Chissà perché avevano voglia di parlare e di sentir parlare di uomini eleganti, di donne. E il fatto che loro fossero in salotto, dove tutto - e i lampadari ricoperti, e le poltrone, e i tappeti sotto i piedi - dicevano che qui un tempo queste stesse persone che ora guardavano dalle cornici camminavano, sedevano, bevevano il tè, e il fatto che adesso qui camminasse senza fare rumore la bella Pelagéja, era meglio di qualsiasi racconto.
Alèchin aveva molto sonno; si era alzato presto per i lavori agricoli, prima delle tre di mattina, e ora gli si chiudevano gli occhi, ma aveva paura che gli ospiti si mettessero a raccontare qualcosa di interessante senza di lui, e non se ne andava. Se fosse intelligente, se fosse giusto quello che aveva appena detto Ivàn Ivànyc, lui non si raccapezzava; gli ospiti non parlavano di granaglie, di fieno, di pece, ma di qualcosa che non aveva relazione diretta con la sua vita, ed era contento e voleva che continuassero...
«Però è ora di dormire» disse Bùrkin, alzandosi. «Permettetemi di augurarvi la buona notte.»
Alèchin salutò e andò da basso in camera sua, mentre gli ospiti rimasero di sopra. A tutti e due per la notte era stata preparata una grande camera, dove c'erano due vecchi letti di legno con ornamenti intagliati e in un angolo c'era un crocifisso d'avorio; dai loro letti, ampi, freschi, che aveva preparato la bella Pelagéja, veniva un odore gradevole di biancheria fresca.
Ivan Ivànyc in silenzio si spogliò e si sdraiò.
«Signore, perdona noi peccatori!» disse e si coprì anche la testa.
Dalla sua pipa posata sul tavolo veniva un forte odore di tabacco bruciato, e Bùrkin non riuscì ad addormentarsi per un pezzo e non riusciva a capire da dove venisse questo odore pesante.
La pioggia batté alla finestra per tutta la notte.